Un mazzo di fiori davanti ai cancelli, un nastro che recita “Qui giace il Made in Italy”, corde tese sulle mani, sguardi fissi all’alba: a Santeramo in Colle la protesta non è uno slogan, è un’immagine che ti resta addosso. Due operai e un sindacalista si sono legati ai cancelli di Natuzzi per dire no a un futuro già scritto altrove.
La cronaca di una protesta
La cronaca è semplice e dura. Davanti alla sede centrale di Natuzzi in Puglia, un presidio scandisce la mattina con tamburi e silenzi. Lì accanto una corona di fiori, gesto simbolico ma pesante. Gli operai la chiamano “l’ultima difesa”: un modo per far capire che la delocalizzazione in Romania non è una scelta neutra, ma una frattura. Sullo sfondo, il piano di riorganizzazione annunciato dall’azienda e la paura che tre stabilimenti possano chiudere, lasciando a casa tante famiglie.
Il gesto simbolico
Fino a metà giornata, il clima resta composto. Poi il gesto che accende l’attenzione: due lavoratori e un sindacalista si incatenano ai cancelli. Non gridano: parlano piano. Chiedono tempo, chiedono un tavolo vero, chiedono che la storia della filiera del mobile imbottito non venga messa in archivio con un comunicato. “Non siamo numeri”, ripetono. La scena, in pochi minuti, diventa il racconto di un pezzo di Sud che teme di perdere il suo mestiere.
Il piano di riorganizzazione
I dettagli del piano non sono tutti pubblici. È confermato l’orientamento a spostare parte della produzione verso siti a minore costo, tra cui lo stabilimento rumeno aperto da anni. Sui posti di lavoro a rischio, non ci sono cifre ufficiali definitive: i sindacati parlano di “centinaia”, l’azienda non ha ancora comunicato numeri precisi su esuberi e ricollocazioni. Si discute di possibili ammortizzatori sociali, di riqualificazione, di incentivi alla mobilità interna. Ma chi presidia i cancelli teme l’inevitabile: quando una linea parte, torna raramente indietro.
Natuzzi e la Murgia
In Murgia, Natuzzi non è solo un marchio. È una mappa di competenze: tappezzieri, cucitrici, addetti al taglio, logistica. Per anni è stata uno dei principali datori di lavoro manifatturieri del territorio, un nome capace di portare il made in Italy dei divani nel mondo. Il punto non è solo economico. È identitario. Se chiudono tre siti, non si spegne solo una fabbrica: si interrompe una catena di saperi, la manodopera specializzata che tiene insieme qualità, tempi, controllo. E ripartire, dopo, è un’altra impresa.
Cosa chiedono oggi lavoratori e sindacati
Chiedono tre cose semplici da dire, complesse da fare: trasparenza piena sul piano industriale; garanzie vincolanti su occupazione e investimenti in Italia; interventi pubblici mirati, da clausole sociali a politiche di filiera. Tradotto: se l’azienda deve rinnovare i modelli e i mercati, lo faccia qui, con un patto chiaro su tempi, fasi, salvaguardie. E se servono tecnologie, si investa in automazione, formazione, logistica di prossimità. Non si taglia il ramo su cui si è seduti.
Il peso di un gesto
Quella corona con “Qui giace il Made in Italy” non è teatrale. È un promemoria. Ricorda che la qualità non nasce da sola: è fatta di mani esperte, di standard, di controllo vicino alla progettazione. Se la sposti troppo lontano, rischi di perdere pezzi per strada. Certo, i conti aziendali esistono. Ma esistono anche i conti di chi, stasera, rientra a casa e deve spiegare cosa succederà domani.
Forse la domanda giusta è: quanto vale davvero un divano se, per farlo costare meno, smettiamo di riconoscere il valore di chi lo costruisce? La risposta non è nei comunicati. È nei cancelli, nelle corde tese, nel silenzio che segue quando la tv se ne va e resta solo il vento della Murgia. E lì, ognuno, fa i propri conti. Con dignità. E con memoria.


