SONETTO I

Petrarca - Rime - Sonetto I

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Di quei sospiri ond’io nudriva il core
In sul mio primo giovenile errore,
Quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono;
Del vario stile in ch’io piango e ragiono
Fra le vane speranze e ’l van dolore,
Ove sia chi per prova intenda amore,
Spero trovar pietà, non che perdono.
Ma ben veggi’or sì come al popol tutto
Favola fui gran tempo: onde sovente
Di me medesmo meco mi vergogno:
E del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
E ’l pentirsi, e ’l conoscer chiaramente
Che quanto piace al mondo è breve sogno.




SONETTO X

Petrarca - Sonetto X

E Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei;
Quanto ciascuna è men bella di lei,
Tanto cresce il desio che m’innamora.
I’ benedico il loco e ’l tempo e l’ora
Che sì alto miraron gli occhi miei,
E dico: Anima, assai ringraziar dei
Che fosti a tanto onor degnata allora.
Da lei ti vien l’amoroso pensiero
Che, mentre il segui, al sommo Ben t’invia,
Poco prezzando quel ch’ogni uom desia:
Da lei vien l’animosa leggiadria
Ch’al Ciel ti scorge per destro sentiero,
Sì ch’i’ vo già de la speranza altiero.




SONETTO XIII

Piovonmi amare lagrime dal viso,
Con un vento angoscioso di sospiri,
Quando in voi adivien che gli occhi giri,
Per cui sola dal mondo i’ son diviso.
Vero è che ’l dolce mansueto riso
Pur acqueta gli ardenti miei desiri,
E mi sottragge al foco de’ martiri,
Mentr’io sono a mirarvi intento e fiso:
Ma gli spiriti miei s’agghiaccian poi
Ch’i’ veggio, al dipartir, gli atti soavi
Torcer da me le mie fatali stelle.
Largata al fin con l’amorose chiavi
L’anima esce del cor per seguir voi;
E con molto pensiero indi si svelle.




SONETTO XVII

Petrarca - Rime - Sonetto XVII

Mille fïate, o dolce mia guerrera,
Per aver co’ begli occhi vostri pace,
V’aggio profferto il cor; ma a voi non piace
Mirar sì basso con la mente altera:
E se di lui forse altra donna spera,
Vive in speranza debile e fallace:
Mio, perchè sdegno ciò ch’a voi dispiace,
Esser non può già mai così com’era.
Or s’io lo scaccio, ed e’ non trova in voi
Ne l’esilio infelice alcun soccorso,
Nè sa star sol, nè gire ov’altri ’l chiama;
Poria smarrire il suo natural corso;
Che grave colpa fia d’ambeduo noi,
E tanto più di voi, quanto più v’ama.







Francesco Petrarca biografia

Ritratto di Francessco PetrarcaFrancesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 - Padova, 19 luglio 1374) è stato un importante scrittore, poeta ed umanista italiano del Trecento.
L'opera per la quale è maggiormente conosciuto è sicuramente "il Canzoniere".

Nasce ad Incisa, nei pressi di Arezzo, da Eletta Cangiani (o Canigiani) e dal notaio ser Pietro di ser Parenzo (soprannominato Petracco, guelfo bianco amico di Dante esiliato da Firenze per motivi politici), e trascorre l'infanzia in Toscana (prima ad Incisa e poi a Pisa), dove il padre era solito spostarsi per ragioni politico-economiche.

Ma già nel 1311 la famiglia (nel frattempo era nato il fratello Gherardo) si trasferisce a Carpentras, vicino ad Avignone (Francia), dove Petracco sperava in qualche incarico al seguito della corte papale.

Malgrado le inclinazioni letterarie, manifestate precocemente nello studio dei classici e in componimenti d'occasione, Francesco, dopo gli studi grammaticali compiuti sotto la guida di Convenevole da Prato, è mandato dal padre prima a Montpellier e successivamente, insieme con Gherardo, a Bologna per studiare diritto civile.

Morto il padre, poco dopo il rientro in Provenza (1326), Petrarca incontra, il 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara in Avignone, Laura e se ne innamora.

Un amore autentico per una donna reale (come insiste il poeta nelle sue confessioni), del quale non restano tuttavia dati documentari.

Attorno al 1330, consumato il modesto patrimonio paterno, Petrarca si dà alla carriera ecclesiastica, abbracciando gli ordini minori e impegnandosi a osservare il celibato e a recitare l'ufficio.

In tale veste è assunto quale cappellano di famiglia dal cardinale Giovanni Colonna.

Parallelamente alla formazione culturale classica e patristica, cresce il prestigio di Petrarca in campo politico: nel 1335 ha inizio il suo carteggio con il Papa, inteso non solo a sedare le più incresciose rivolte della penisola, ma anche a ottenere il ritorno della sede pontificia da Avignone a Roma.

A questo periodo (1336-1337) risalgono anche la prima visita dell'Urbe, il trasferimento da Avignone a Valchiusa (dove aveva acquistato una casa) e la nascita di un figlio naturale, Giovanno, che muore in giovane età.

All'anno successivo rimonta il progetto delle opere umanisticamente più impegnate, la cui parziale stesura, dell'Africa in particolare, gli procura tale notorietà che contemporaneamente (il 1° settembre 1340) gli giunge da Parigi e da Roma il desiderato invito dell'incoronazione poetica.

L'8 aprile del 1341, per mano del senatore Orso dell'Anguillara, è incoronato magnus poeta et historicus, e ottiene il privilegium lauree.

Questo altissimo riconoscimento, che sarà al centro della battaglia combattuta da Petrarca per il rinnovamento umanistico della cultura, lo spinge a proseguire la stesura dell'''Africa''.

Rinunciato al viaggio romano, si ferma a Parma, ove lo raggiunge la notizia (19 maggio 1348) della morte di Laura, colpita dalla peste così come gli amici Sennuccio del Bene, Giovanni Colonna, Francesco degli Albizzi.

Lasciata Parma, Petrarca riprende a vagabondare per l'Italia fino al 1351, quando, rifiutata ogni altra offerta, rientra  in Provenza, dove scrive le prime Epistole a Carlo IV di Boemia perché scendesse in Italia a sedare le rivolte cittadine.

Nel giugno del 1353, in seguito alle aspre e pungenti polemiche ingaggiate con l'ambiente ecclesiastico e culturale di Avignone, Petrarca lascia la Provenza e accoglie l'ospitale offerta di Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche di amici e nemici, collabora con missioni e ambascerie alla politica viscontea, cercando di indirizzarla verso la distensione e la pace.

Nel giugno del 1361 per sfuggire la peste abbandona Milano per recarsi Padova e poi (1362) va a Venezia, dove la Repubblica Veneta gli dona una casa in cambio della promessa di donazione, alla morte, della biblioteca alla città lagunare.

Il tranquillo soggiorno veneziano, trascorre fra libri e amici, ma è turbato nel 1367 dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura, all'opera e alla figura sua da quattro filosofi averroisti. Amareggiato per l'indifferenza dei veneziani, Petrarca, dopo alcuni brevi viaggi, accoglie l'invito di Francesco da Carrara e si stabilisce prima a Padova, e poi (1370), ad Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, nel quale, per generoso dono del tiranno padovano, si costruisce una modesta casa.

Da Arquà (dove l'aveva raggiunto con il marito Francescuolo da Brossano la figlia Francesca) si muove di rado.

Colpito da una sincope, muore ad Arquà nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374. Per volontà testamentaria, le sue spoglie sono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese; poi sono collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla chiesa, dove tuttora si trovano.



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