Selezione di poesie di Marina Cvetaeva

Marina Cvetaeva poesia
Ah, e pure cantano adesso i soldati!
Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti - dietro il muro bianco - un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d'uomo. E, penzolandomi oltre i paletti dello steccato,
vedo: strade, alberi, soldati sbandati.
Una vecchia contadina, cosparso di sale grosso
mastica e mastica un tozzo di pane nero... Come hanno potuto incolleriti queste nere capanne,
Signore! e perché‚ a tanti mitragliare il petto?
Passa un treno e ulula, e si mettono a ululare i soldati,
e leva polvere, leva polvere la strada che indietreggia... - No, morire! Meglio non essere mai nati,
che questo lamentoso, penoso, carcerario ululato
per le belle dalle nere ciglia. - Ah, e pure cantano
adesso i soldati! Oh, Signore, Dio mio!

3 luglio 1916




Marina Cvetaeva poesia
Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse - bevono vino,
forse - siedono così.
O semplicemente - le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c'è una finestra così. Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni! Grido di distacchi e d'incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele...
Non c'è, non c'è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa. Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.

dicembre 1916




Prega, amico, per la casa insonne, per la finestra con la luce.

Marina Cvetaeva
Erano le lacrime - più grandi degli occhi
Nell'ora che il mio caro fratello
Passò l'ultima meta
(Di sospiri immaginari - Indietro!)
Erano le lacrime - più grandi degli occhi.
Nell'ora che il mio caro amico
Doppiava l'ultimo promontorio
(Di sospiri immaginari: - Ritorna!)
Erano i movimenti - più grandi delle braccia!
Le braccia vogliono scappare - dalle spalle!
Le labbra vogliono inseguire - scongiurare!
Ha disperso i suoni il discorso,
Ha disperso le dita una falange,
Nell'ora che l'ospite caro...
- Guardaci, o Signore! -
Erano le lacrime - più grandi degli occhi
Degli uomini - e delle stelle
Atlantiche...

26 marzo 1923




Poesia di Marina Cvetaeva
Cercati meno esigenti
amiche,
più tenere in fatto di prodigi.
So che Venere è un fatto di mani,
artigiano, conosco il mio mestiere:
dal silenzio più solenne fino
a sterminare l'anima - tutta
la divina scala -
da:
mio respiro! a: non respirare!

18 giugno 1922




Marina Cvetaeva
Superficialità! – Caro peccato

Superficialità! – Caro peccato,
Compagna mia e nemica mia carissima!
Tu versasti il sorriso nei miei occhi,
E la mazurka in tutte le mie vene.
Da te ho imparato a non tener l’anello,
Non m’avrebbe la vita presa in sposa!
A cominciare a caso, dalla fine,
E a finire però sempre daccapo.
A essere fuscello, e essere acciaio,
In questa vita, in cui si può sì poco...
A scioglier la tristezza con la cioccolata,
E a sorridere in viso a chiunque passa!

3 marzo 1915







Marina Cvetaeva biografia

Marina Cvetaeva Marina Cvetaeva, grande e sfortunata poetessa russa, nacque a Mosca l'8 ottobre 1892, da Ivan Vladimirovic Cvetaev (1847-1913, filologo e storico dell'arte, creatore e direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Pushkin) e della sua seconda moglie Marija Mejn.

La madre, pianista di talento. si sforzò di trasmettere alla figlia l'amore per la musica e la pittura, ma la passione della bambina si riversava sulla poesia: cominciò a scrivere versi a sei anni, e pubblicòla sua prima lraccolta di poesia "Album serale" nel 1910 a soli 18 anni.

Dopo gli studi ginnasiali Marina andò da sola a Parigi per frequentare le lezioni di letteratura francese alla Sorbona.

Giovanissima, a soli 17 anni incontra Sergej Efron che ha solo un anno più di lei e i due si sposano mentre lui è ancora all'Accademia Militare.

Dotata di un carattere forte, indipendente e straordinariamente romantica, la giovane poetessa si taglia i capelli, fuma, viaggia da sola e vive delle storie d'amore.

La primogenita degli Efron, Ariadna (Alja), nasce il 18 settembre 1912, Marina continua a scrivere ed a pubblicare versi, con accoglienze contrastanti da parte delle critica.

Durante la rivoluzione di Febbraio del 1917 la Cvetaeva si trova a Mosca, la seconda figlia, Irina, nasce in aprile e Marina Cvetaeva è testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre.

A causa della guerra civile ella si trova separata dal marito, che si era unito, da ufficiale, ai bianchi.

A soli venticinque anni, Marina rimane sola con due figlie in una Mosca in preda ad una carestia terribile. La poetessa che appartiene ad una classe sociale che non ha mai lavorato, sprovvista di senso pratico, non riesce a conservare il posto di lavoro che le avevano benevolmente procurato.

Durante l'inverno 1919-20 si trova costretta a lasciare la figlia più piccola, Irina, in un orfanotrofio, e la bambina muore nel febbraio per denutrizione.

Quando la guerra civile finisce, la Cvetaeva riesce finalmente a entrare in contatto con il marito e nel maggio del 1922 emigra a Praga passando per Berlino.

A Praga Marina Cvetaeva si riunì al marito e ha il terzo figlio "Mur".

Nei primi anni del periodo dell'emigrazione la poetessa aveva preso parte attivamente alla vita culturale russa. Veniva pubblicata spesso e i suoi modesti onorari erano un sostegno essenziale per la famiglia.

Elena Izvol'skaja così ricorda la Cvetaeva nei suoi primi anni a Parigi: "La mia Marina: quella che lavorava, e scriveva, e raccoglieva la legna, e nutriva la famiglia con le briciole.

Lavava per terra, faceva il bucato, cuciva con le sue dita esili una volta, adesso ingrossate dal lavoro. Ricordo bene quelle dita, ingiallite dal fumo, reggevano la teiera, la casseruola, la padella, la gavetta, il ferro da stiro, infilavano il filo nella cruna, accendevano la stufa. Eppure, quelle stesse dita guidavano la penna o la matita sulla carta, sul tavolo della cucina dal quale tutto era stato tolto in fretta. Seduta al quel tavolo, Marina scriveva, - versi, prosa, buttava giù le brutte copie di interi poemi, talvolta tracciava due, tre parole, una sola rima, e molte, molte volte la ricopiava."

Ma poco per volta l'atmofera intorno al lei cambiò: il marito Sergej Efron era passato apertamente dalla parte dei Soviet. e, rimpatriato, prese parte attivamente alla vita politica, convincendo anche la figlia a seguirlo.

Marina si trovava completamente isolata nell'ambiente dell'emigrazione e all'inizio degli anni '30, fu costretta a trasferirsi in una casa meno cara dove non poteva scrivere versi, perché bisognava lavorare alla più "remunerativa" prosa.

Quando Pasternak venne a Parigi nel 1935 (nel corso degli anni venti si erano scritti frequentemente e si erano dedicati reciprocamente dei poemi), lei gli chiese se fosse prudente per lei tornare in Russia, come chiedeva il figlio per riunirsi al marito.

La Cvetaeva ripeteva spesso di non voler tornare, le lettere provenienti dalla Russia erano delle eloquenti testimonianze sulla vita da quelle parti. Ma rileggendo la promessa fatta ad Efron nel 1917, - "Vi seguirò dovunque, come un cagnolino", - ella annotò a margine: "Ed ora lo sto seguendo - come un cagnolino (21 anni dopo)", e scrisse la data, quella del 17 giugno 1938.

Nel giugno del '39 si imbarcò a Le Havre per la Russia, dopo avere minuziosamente riordinato e affidato i manoscritti a persone di fiducia, chiaramente rendendosi conto di ciò che le poteva succedere, ma anche conservando la convinzione che i suoi lavori non sarebbero stati dimenticati.

Ma la Cvetaeva non conosceva il peggio: Efron aveva cominciato a collaborare con la GPU partecipando addirittura ad un omicidio.

Quello che la Cvetaeva aveva dovuto soffrire in Francia, sembrò presto una sciocchezza al confronto di ciò che la aspettava in Unione Sovietica.

Nonostante alcuni vecchi amici e colleghi scrittori la vennero a salutare, ad esempio Krucenich, ella capì in fretta che per lei in Russia non c'era posto.

Le furono procurati dei lavori di traduzione, ma dove abitare e cosa mangiare restava un problema. Gli altri la sfuggivano. Tutto sommato, lei era una ex emigrata, una "bianca", aveva vissuto all'Ovest - e questo, dopo le epurazioni ed il terrore di massa degli anni trenta, quando milioni di persone erano state sterminate senza che avessero commesso alcunché, tanto meno delitti come quelli che gravavano sul conto della Cvetaeva.

Nell'agosto del 1939 sua figlia venne arrestata e deportata nei gulag. Ancora prima era stata presa la sorella. Quindi venne arrestato e fucilato Efron - un nemico del popolo, ma soprattutto, uno che sapeva troppo.

La Cvetaeva cercò' aiuto tra i letterati. Quando si rivolse a Fadeev, l'onnipotente capo dell'Unione degli scrittori, egli disse alla "compagna Cvetaeva" che a Mosca non c'era posto per lei, e la spedì a Golicyno (venne fucilato quindici anni dopo).

Nel settembre del 1940 ella scrisse sul quaderno di appunti che...
"già da un anno cerco con gli occhi un gancio... Da un anno misuro la morte. Tutto è mostruoso e terribile. Ingoiare pasticche è disgustoso, buttarsi da una finestra è abominevole e ho un'innata ripugnanza per l'acqua. Non voglio spaventare nessuno (da morta), mi sembra di aver già paura - da morta - di me stessa.

Non voglio morire. Voglio - non essere. Assurdo. Finché sarò necessaria... ma, Dio mio, come sono piccola, quanto poco posso fare! Vivere fino in fondo - è come masticare fino in fondo. Assenzio amaro."

Quando l'estate successiva cominciò l'invasione tedesca, la Cvetaeva venne evacuata ad Elabuga, nella repubblica autonoma di Tataria. Ella si sentiva completamente abbandonata. I vicini l'aiutavano a mettere insieme le razioni alimentari.

Dopo qualche giorno ella si recò nella città vicina di Cistopol', dove vivevano altri letterati; una volta lì, chiese ad alcuni scrittori famosi - Fedin e Aseev - di aiutarla a trovare lavoro e a trasferirsi da Elabuga. Non avendo ricevuto da loro alcun aiuto, tornò a Elabuga disperata. Mur si lamentava della vita che conducevano, pretendeva un abito nuovo. Il denaro che avevano bastava appena per due pagnotte.

La domenica 31 agosto del 1941, rimasta da sola a casa, la Cvetaeva salì su una sedia, rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò.

Lasciò un biglietto, scomparso adesso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali, svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.



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