AVEVAMO STUDIATO

Eugenio Montale - Avevamo studiato Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello




HO SCESO DANDOTI IL BRACCIO

Eugenio Montale - Ho sceso dandoti il braccio
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.



LA BELLA DAME SANS MERCI

Eugenio Montale - La bella dame sans merci Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano
le briciole di pane che io gettavo
sul tuo balcone perché tu sentissi
anche chiusa nel sonno le loro strida.
Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due
e il nostro breakfast gela tra cataste
per me di libri inutili e per te di reliquie
che non so: calendari, astucci, fiale e creme.
Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato
sui fondali di calce del mattino;
ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco
soffocato è il bagliore dell'accendino.



CIGOLA LA CARRUCOLA DEL POZZO

Eugenio Montale - Cigola la carrucola del pozzo Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.



FORSE UN MATTINO ANDANDO

Eugenio Montale - Forse un mattino andando
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.







Eugenio Montale biografia

Montale nasce a Genova nel 1896 da un’agiata famiglia della media borghesia.

Trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza fra Genova e Monterosso, nelle Cinque Terre, dove i Montale possiedono una villa.

Nel 1917 porta a termine gli studi di ragioneria, più brevi e meno impegnativi dei lunghi studi classici, che i suoi genitori hanno preferito a causa della salute malferma del piccolo Eugenio.

Nello stesso anno viene chiamato alle armi: frequenta il corso di allievi ufficiali a Parma, dove conosce Sergio Solmi, che lo introdurrà poi nell’ambiente degli intellettuali torinesi raccolti intorno a Pietro Gobetti.

Congedato nel 1918, fa ritorno a Genova.

Nel 1922 collabora a "Primo Tempo", rivista torinese di Giacomo Debenedetti e Sergio Solmi. Nel 1925 collabora anche alla rivista di Piero Gobetti, "Il Baretti". Nello stesso anno firma il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti di Giovanni Amendola e Benedetto Croce.

Conosce Roberto Bazlen, singolare figura di letterato triestino culturalmente aggiornatissimo, il quale fa conoscere a Montale le opere di Svevo: sono proprio gli articoli montaliani sulla narrativa sveviana pubblicati fra il 1925 e il 1926 a dare inizio alla fortuna critica italiana ed europea di Svevo.

Dopo la morte tragica, nel 1926, di Piero Gobetti, esule a Parigi per le persecuzioni fasciste, stringe amicizia con Italo Svevo, con il quale intratterrà un importante carteggio. A Trieste, ospite di Svevo, conosce Umberto Saba. In quell'anno collabora ad importanti riviste come "Il Convegno" e "La Fiera letteraria".

Assunto nel '27 come redattore della casa editrice fiorentina Bemporad, deve quindi trasferirsi a Firenze, in quegli anni vera capitale culturale della nazione. Nel '29 diventa direttore della Biblioteca del Gabinetto Vieusseux fino a quando è allontanato dall’incarico perché si è rifiutato di prendere la tessera del Partito fascista.

Questi anni sono caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali: assiduo frequentatore delle "Giubbe Rosse", il caffè punto d’incontro degli intellettuali fiorentini, Montale conosce, fra gli altri, Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Arturo Loria, Guido Piovene. Conosce numerosi scrittori come Vittorini, Gadda, Loria e Drusilla Tanzi, la "Mosca", che diventerà poi sua moglie.

Nel '37 è allontanato dal Gabinetto Viesseux. Collabora a "Campo di Marte" di Gatto e Pratolini e a "Letteratura" di Bonsanti. Dopo l'8 settembre del '43, si iscrive al Partito d'Azione e lavora per il Comitato Nazionale di Liberazione toscano; nel '45 fonda, con Bonsanti, Loria e Scavarelli, il quindicinale "Il Mondo", che diresse per due anni.

Nel '48, dopo un periodo di collaborazione alla "Nazione", si trasferisce a Milano, dove lavora come redattore al "Corriere della Sera" (cui ha cominciato a collaborare nel 1946) e critico musicale del "Corriere dell’informazione".

Nel 1967 è nominato senatore a vita.

Nel 1975 ottiene il premio Nobel. Aveva già ricevuto la laurea honoris causa dalle Università di Milano e di Roma.

Negli ultimi anni vive da solo a Milano (la moglie era morta già nel 1963).

Muore il 12 settembre 1981.



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