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Ministero della Salute: Nuova Circolare sui 5 Livelli di Rischio Ebola per Chi Arriva da Congo e Uganda

Arrivi in aeroporto, valigie sulla rulliera, annunci in sottofondo. In mezzo a questa scena comune, una nuova bussola: la circolare del Ministero della Salute sui cinque livelli di rischio per chi rientra da Congo e Uganda. Un testo asciutto, nato per agire prima che per spaventare.

L’ordinanza con le nuove indicazioni è in Gazzetta Ufficiale. La circolare entra nel concreto: definisce misure di prevenzione e criteri medici ed epidemiologici. Non è un allarme, è un manuale d’uso per momenti delicati. Sappiamo che la parola Ebola pesa. Ma pesa meno quando la si guarda in faccia, con regole chiare.

Un punto fermo: Ebola non si trasmette per via aerea. Serve contatto diretto con fluidi corporei di una persona malata o con superfici contaminate. Il periodo di incubazione va in genere da 2 a 21 giorni. Il tasso di letalità varia molto, dal 25% a oltre il 50%, secondo il ceppo e l’accesso alle cure. Sono dati secchi, ma aiutano a mettere a fuoco.

Perché adesso

La Repubblica Democratica del Congo convive da anni con focolai a ondate. L’Uganda ha gestito un’epidemia nel 2022 e l’ha dichiarata chiusa in pochi mesi. I movimenti globali sono rapidi. Le regole si aggiornano per anticipare i rischi, non per chiudere confini. Qui l’Italia fa una cosa semplice: mette in fila procedure, dal tracciamento dei contatti alla sorveglianza quotidiana, così ogni attore sa quando fare cosa.

Non riveliamo subito il cuore del documento. Prima un’immagine: uno studente che rientra a Fiumicino dopo un tirocinio a Kampala; un’operatrice che torna da Goma dopo settimane di lavoro in clinica; un viaggiatore d’affari in transito breve a Entebbe. Non sono “casi”. Sono persone con storie diverse. La circolare serve esattamente a distinguere queste storie.

I cinque livelli, in pratica

La circolare separa i rientri in cinque scenari operativi, in base a tre cardini: luogo, esposizione, sintomi.

Livello 1. Viaggio in Paese interessato ma nessuna esposizione nota, nessun sintomo. Si applica auto-monitoraggio per 21 giorni: misurare la temperatura, segnalare sintomi alla ASL. Vita normale, attenzione alta.

Livello 2. Permanenza prolungata in aree con focolai o attività non sanitarie a contatto con comunità locali, senza episodi di rischio. Sorveglianza “attiva”: check-in quotidiano con il servizio sanitario, indicazioni chiare su spostamenti e accesso rapido al test se compaiono sintomi.

Livello 3. Contatto indiretto a basso rischio (stessa stanza senza contatto con fluidi, trasporto accanto ma senza esposizione). Limitazioni temporanee per eventi affollati, valutazione personalizzata, eventuale test molecolare (PCR) in caso di febbre.

Livello 4. Contatto stretto ad alto rischio (assistenza senza adeguati DPI, contatto con materiali biologici). Quarantena fiduciaria controllata, tracciamento dei contatti, accesso prioritario ai percorsi clinici dedicati.

Livello 5. Persona sintomatica con esposizione compatibile. Isolamento immediato e trasferimento protetto in centri individuati, valutazione clinica e laboratorio dedicato, protezione massima per il personale sanitario.

Esempi concreti aiutano: l’operatrice che ha usato correttamente i DPI può rientrare in Livello 2, con sorveglianza, non con isolamento. Lo studente asintomatico senza contatti a rischio ricade in Livello 1. Il parente che ha assistito un malato senza protezione passa in Livello 4, con misure più rigide. Tutto ruota su verifiche documentabili, non su impressioni.

Il documento coordina anche i punti di ingresso: corsie dedicate negli aeroporti, comunicazioni rapide tra USMAF, regioni e 118, formazione su vestizione e svestizione, laboratori pronti al prelievo e all’invio campioni. Tempi chiari di segnalazione (entro poche ore), linee telefoniche attive, messaggi univoci: se hai sintomi, non andare al pronto soccorso in autonomia, chiama e attendi istruzioni.

Si può vivere così, tra prudenza e normalità. La regola è semplice: proteggere senza bloccare. E allora viene spontaneo chiedersi: quando alziamo lo sguardo dal nastro bagagli e incrociamo chi arriva da lontano, riusciamo a vedere non solo un rischio da gestire, ma anche una comunità che si prende cura di sé?

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