In studio le luci sono fredde, ma il tema scotta: ragazzi, strade, paura. Un procuratore abituato ai numeri taglia il rumore di fondo, e rimette la lente sulla proporzione. Dentro quel taglio, un’idea semplice: se vogliamo meno risse e meno coltelli, dobbiamo entrare a scuola prima che la cronaca ci entri da sola.
La parola “maranza” gira da mesi. Etichetta spigolosa, comoda per i titoli e feroce con chi la subisce. Intanto il dibattito sale, tra clip sui social e promesse di nuove regole. Si parla di ordine, di strade più sicure, di punizioni esemplari. Manca però un dettaglio spesso trascurato: quante situazioni reali vogliamo davvero colpire con le nuove norme?
In tv, a In Onda su La7, il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha spostato il baricentro. Ha detto che il Ddl anti-maranza annuncia molto e, in concreto, sfiorerebbe “circa 60 casi l’anno”. Pochi, se guardiamo alla quantità di attenzione mediatica. Tanti, se siamo noi o i nostri figli nel posto sbagliato. Il punto è la proporzione: una legge serve se risolve un problema ampio, non se rincorre l’eccezione con fanfara.
Il punto di Gratteri: clamore e proporzione
Qui sta la frizione. Da un lato, il governo Meloni promette di colpire la microcriminalità giovanile di strada. Dall’altro, un magistrato con memoria lunga suggerisce che l’intervento, così disegnato, toccherà una nicchia. Mancano, al momento, numeri ufficiali pubblici che smentiscano o confermino in modo definitivo quella stima: è giusto pretenderli prima del voto finale. Eppure, chi osserva i dati sulle denunce dei minori sa che oscillano senza impennate strutturali, con differenze locali e stagionali. La percezione cresce quando una rissa diventa virale; i grafici, spesso, restano piatti.
C’è poi un fatto che qualunque agente in servizio serale conferma: pochi gruppi fanno molto rumore, soprattutto in aree già fragili. Colpirli serve, ma non basta. Il rischio è costruire norme simboliche che rassicurano per una settimana e lasciano intatti i motivi che spingono un quindicenne a sentirsi potente solo in branco.
Scuola e salute mentale: il tassello mancante
Qui entra l’altro pezzo del ragionamento di Gratteri: servono psicologi nelle scuole. Non come toppa d’emergenza, ma come infrastruttura quotidiana. Sportelli stabili, orari certi, uno sguardo clinico che intercetta i segnali deboli: isolamento, umiliazioni, notti senza sonno, famiglie che scoppiano. Le esperienze pilota più serie mostrano esiti incoraggianti su conflitti interni, assenze, rientro motivato dopo le sospensioni; non esiste però un bilancio nazionale consolidato e pubblico che quantifichi l’impatto sulle violenze di strada. È corretto dirlo. Ma è altrettanto corretto notare che dove c’è relazione educativa, la prevenzione lavora meglio di qualsiasi misura repressiva.
Penso a un preside che raccontava: “La rissa del cortile è nata su WhatsApp il giorno prima. In aula, con uno psicologo e un educatore, l’abbiamo smontata messaggio per messaggio.” Non è un miracolo. È manutenzione delle relazioni. Funziona insieme ad altro: palestre aperte il pomeriggio, educatori di quartiere, giustizia riparativa per chi ha già sbagliato, mediazione tra pari, lavori utili alla comunità. Strumenti lenti, sì. Ma solidi.
Allora la domanda è semplice e scomoda: vogliamo leggi che fanno rumore o politiche che fanno strada? La sicurezza non nasce solo dal posto di blocco. Nasce dalla prima campanella del mattino, quando qualcuno ti chiama per nome e ti guarda negli occhi prima che lo faccia un giudice.
