Nel mondo dello spettacolo italiano c’è una regola non scritta: le storie che fanno più rumore non sono quasi mai quelle vere. Bastano poche parole, una frase lanciata nel vuoto dei social o di un video virale, e il racconto prende una vita propria.
Si trasforma, si amplifica, diventa certezza per qualcuno, indignazione per altri. E intanto i diretti interessati restano a guardare.

Negli ultimi giorni una vicenda riemersa dal passato ha iniziato a circolare con insistenza, rimbalzando tra piattaforme e commenti. Un racconto che pesca in un’epoca lontana, i primi anni Duemila, quando la televisione generalista dettava ancora le regole dell’immaginario collettivo. Ma dietro i titoli e le insinuazioni, c’è un altro tema che torna a galla con forza.
Il lato oscuro dei social: quando la menzogna conviene
Oggi la visibilità è una moneta. E come tutte le monete, può essere usata o falsificata. Secondo molti protagonisti del piccolo schermo, le notizie corrette faticano a emergere, mentre le versioni più scandalistiche trovano terreno fertile. Non perché siano credibili, ma perché funzionano.
Chi vive da anni sotto i riflettori racconta una dinamica ormai nota: la verità passa quasi inosservata, mentre le fake news generano traffico, commenti, rabbia. Ancora di più se dietro c’è un tornaconto economico. In questo meccanismo, però, non finiscono coinvolti solo i volti noti, ma anche persone che con lo scandalo non hanno nulla a che fare.
Ed è proprio qui che, a metà del racconto, si svela il cuore della polemica.
La replica di Gerry Scotti alle accuse: “Mi sopravvalutano”
A fare chiarezza è stato direttamente Gerry Scotti, intervenuto sulle recenti dichiarazioni di Fabrizio Corona che, nell’ultimo episodio del format Falsissimo, hanno tirato in ballo presunte relazioni del conduttore con le “Letterine” di Passaparola.
Scotti non usa giri di parole: le ricostruzioni che lo riguardano sarebbero completamente false e riferite a un periodo di oltre venticinque anni fa. “Mi sopravvalutano”, ironizza, respingendo l’idea di rapporti con decine di ragazze che facevano parte del cast del programma. Basterebbe, sottolinea, chiedere direttamente alle interessate per smontare l’intero racconto.
Ma il punto, per lui, va oltre la sua persona. L’amarezza più grande riguarda le donne coinvolte indirettamente: professioniste che oggi hanno una vita diversa, famiglie, figli. Persone reali che, in questo “tritacarne mediatico”, vengono ridotte a etichette e stereotipi, come se il ruolo televisivo ricoperto anni fa fosse un marchio indelebile.
“Non sono pupazzi”, ribadisce il conduttore. Sono donne che meritano rispetto, ieri come oggi. E che non dovrebbero pagare il prezzo di narrazioni costruite per fare rumore.
In un’epoca in cui il gossip viaggia più veloce dei fatti, la vicenda riapre una domanda scomoda: quanto siamo disposti a credere a una storia solo perché fa scandalo? E soprattutto, chi paga davvero il conto quando la verità resta indietro.





