Nel Parlamento che corre, il Ddl sulla caccia inciampa: il centrodestra litiga sui confini della libertà venatoria, l’Ispra alza la voce, il M5s piazza un milione di emendamenti. Sullo sfondo, le nostre campagne e le spiagge fuori stagione, dove la distanza tra natura e persone è sempre più corta.
La maggioranza si è messa di traverso da sola sul Ddl caccia. Il testo è passato al Senato. Ora è fermo in Commissione Agricoltura alla Camera. Qui Forza Italia ha depositato 14 emendamenti per stringere le maglie. Il partito teme un impianto “eccessivamente libertario” sull’attività venatoria. Chiede, tra l’altro, di escludere in modo esplicito spiagge e lidi. E di ripristinare limiti operativi oggi messi in discussione. È una frenata che racconta molto: la coalizione è compatta sui titoli, meno sui dettagli.
Nel frattempo, l’Ispra ha picchiato duro. Nei pareri tecnici, l’Istituto parla di “gestione venatoria consumistica”. La formula pesa. Significa che la riforma, così com’è, rischia di trattare la fauna come una risorsa da prelevare più che da tutelare. Un campanello che suona forte, perché l’Ispra non fa politica: misura impatti, incrocia dati, valuta sostenibilità. E ricorda un punto: in Italia la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, come stabilisce la legge quadro 157/1992.
Il testo punta ad allargare spazi e tempi della caccia. Qui nasce il nodo. Dove si può sparare? Con quali cautele vicino a aree frequentate? Come si gestiscono specie in declino? Al momento non c’è un elenco definitivo di novità puntuali: i passaggi in Commissione sono in corso e il pacchetto è oggetto di modifiche. Ma il cuore del dissidio è chiaro. Una spinta a liberalizzare contro la richiesta di paletti netti su luoghi sensibili e periodi delicati per la fauna.
Un esempio concreto. Pensa a una spiaggia d’inverno, quando il turismo tace ma chi corre, porta il cane, fa foto agli uccelli di passo continua a esserci. Forza Italia chiede di togliere ogni ambiguità: lì non si caccia. È buon senso applicato a una mappa che, in Italia, raramente è vuota: tra case sparse, percorsi naturalistici, agriturismi e zone umide, la prossimità è la norma.
Sul fronte opposto, il M5s ha scelto l’ostruzionismo: “un milione di emendamenti”. È un segnale politico più che aritmetico. Serve a rallentare l’iter, a ottenere compromessi, a mettere un faro mediatico sul tema. E funziona: le commissioni si fermano, i numeri si contano, i testi cambiano.
Nel Paese, intanto, convivono sensibilità diverse. Circa mezzo milione di cacciatori regolarmente iscritti. Un mondo rurale che chiede gestione dei danni in agricoltura. Aree protette e città che hanno scoperto la biodiversità dietro casa. Gruppi di camminatori e fotografi naturalisti cresciuti negli ultimi dieci anni. In mezzo, incidenti e conflitti d’uso che tutti vorrebbero evitare. Su questo, i tecnici ripetono da anni un metodo prudente: monitoraggi seri, piani di prelievo fondati su dati, controlli capillari, distanze chiare dalle persone.
Lo ammetto: la politica ama le scorciatoie, la natura no. Davanti a un testo che promette “più libertà”, l’istinto è dire sì o no di pancia. Ma il punto, qui, è un altro. Vogliamo una legge che tenga insieme sicurezza, paesaggio, agricoltura e specie selvatiche? Allora serve precisione: parole nette sui luoghi vietati, calendari aderenti ai cicli biologici, sanzioni che mordono davvero. Il resto è rumore. E tu, la prossima volta che sentirai un colpo lontano in campagna, cosa vorresti sapere con certezza: dove si può sparare, o chi se ne assume la responsabilità?
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