Tra i vetri appannati di Crans-Montana e i telefoni che squillano a vuoto, l’Italia trattiene il fiato. C’è un figlio che manca all’appello, un talento che forse non tornerà. E c’è un’attesa che scava dentro: quella di un riscontro, di un nome, di una verità che non consola.
Crans-Montana, lutto per l’Italia: piange anche lo sport azzurro
La notte di Capodanno in Svizzera si è chiusa con un bilancio che fa male. L’ultimo quadro condiviso dalla Farnesina parla di 19 connazionali coinvolti: 3 trasferiti al Niguarda di Milano, 10 ospedalizzati, 6 ancora dispersi. A ieri restavano 5 vittime da identificare e 47 totali. Dati in evoluzione, come ricorda il ministro degli Esteri Antonio Tajani, a Crans-Montana per coordinare assistenza e scambio informativo con le autorità elvetiche. La priorità resta l’identificazione. La pista investigativa cita l’uso di piccoli fuochi d’artificio al chiuso. “Non è stata una scelta responsabile”, ha osservato il ministro, confermando l’offerta italiana della polizia scientifica per supportare i rilievi. Fonti: aggiornamenti della Farnesina e servizi di agenzia (ad es. ANSA).
La domanda, però, non è solo cosa sia successo. È chi, esattamente, manca. E cosa resta, quando una festa cambia per sempre il corso delle biografie.
— Il tempo sospeso e i numeri
Le autorità svizzere lavorano sulle comparazioni del DNA. Senza quel riscontro, nessun nome verrà ufficializzato. È la regola più dura, ma è quella che evita errori irreparabili. In questo spazio di attesa si muovono le famiglie, i compagni di viaggio, i medici che cercano di stabilizzare decine di feriti gravi. Stéphane Ganzer, responsabile sicurezza del Canton Vallese, ha parlato di “80-100 persone in condizioni critiche” tra i 115 feriti totali, alla radio francese RTL. Dati che spiegano perché il bilancio potrebbe cambiare ancora.
Intanto, in Italia, scorrono messaggi istituzionali e gesti concreti. Psicologi a supporto dei parenti. Canali di contatto attivi con i consolati. E una comunità che prova a riannodare le storie interrotte, una per una.
Un talento interrotto, forse
Al centro del dolore, il nome di Emanuele Galeppini. La sua morte non è ancora confermata. Lo ha ricordato lo zio, Sebastiano, chiedendo di attendere l’esito del DNA. Ma la speranza si restringe. E la sua biografia, già piccola leggenda tra i green, si fa racconto collettivo.
Genova di nascita, Dubai come casa. Un legame saldo con la Liguria, gli amici, i ritorni a Rapallo. Sul green, Emanuele era materia viva: tecnica pulita, sguardo calmo, una pazienza non comune a sedici anni. Nel 2025 ha vinto l’Omega Dubai Creek Amateur Open. Ha giocato il King Hamad Trophy in Bahrein e la UAE Cup ad Al Ain. Risultava intorno al n. 2440 del ranking, secondo le cronache locali. Sui social si definiva “full chef”. Una nota lieve, quasi stonata, dentro una traiettoria sportiva che gli addetti ai lavori descrivevano come promettente. Forse la chiave stava lì: non solo golf, ma carattere. Le “giornate no” affrontate senza teatrini. Gli errori considerati materiale da officina, non da dramma.
Se arriverà una conferma, lo sport azzurro perderà più di un giovane talento. Perderà un modo di stare in campo: misurato, curioso, concentrato sul compito. Un modo che insegna anche a chi non impugna un ferro 7.
Ci sono tragedie che chiedono giustizia. E altre che, prima, chiedono silenzio. Questa chiede entrambe. Nel frattempo, una domanda ci rimane addosso: chi custodirà i sogni di chi non fa in tempo a diventare grande, se non noi che restiamo? E cosa cambieremo, davvero, perché un fuoco “piccolo” non diventi mai più un incendio che ingoia vite?





