Mondi reali e mondi virtuali

Mio papàOgni anno faccio una breve visita a mio padre.
Sì, non si può dire che ci vediamo spesso, ma lui sta a Carpi ed io a Milano e le nostre vite pratiche non hanno molto in comune.
Ha ottantadue anni e scoppia di salute. Degli emiliani ha ormai ampiamente ereditato usi e costumi: mangia, parla e ragiona proprio come un vero emiliano.
Ha avuto due mogli e quattro figli. Io sono l’unico avuto dalla prima moglie e quindi il più vecchio, poi ci sono gli altri tre, un maschio e due femmine, avuti dalla seconda. Abitano tutti a Carpi e la casa di mio padre fa da centro di ritrovo per tutto il clan familiare.
Perciò durante il giorno è sempre un gran trambusto in casa sua. Bimbi che entrano, che piangono, che giocano. Mamme che vengono a riprenderseli o che tornano a scaricarli. Mariti che cercano mogli o figli e via di seguito.
Mio padre infondo ci si trova bene, questa situazione lo tiene in forma, lo fa sentire utile e importante perché gli da modo di tenersi aggiornato sui vari problemi che puntualmente si presentano e può dire la sua su tutti e su tutto.
Durante le feste sono tutti lì: è un rito immancabile. Si arriva alla riunione di tutto il clan, con venti e più persone.
Allora si sfoderano i rituali più classici: i regali, i pranzi, le chiacchiere, le piccole invidie, le gelosie, i sotterfugi.
Il tempo in quelle occasioni sembra proprio fermo ad un secolo fa. Nulla è cambiato. Persino uno sguardo dalle finestre non ti da l’idea dell’anno in cui siamo perché s’affacciano proprio sulla grande piazza di Carpi e più che chiese, portici e castello da lì non si vede. Si può avere l’illusione che le automobili debbano essere ancora inventate!
Ora è sera e finalmente c’è calma. Un silenzio ancora più invadente di tutto il vociare dell’intera giornata.
Lidia, la sua seconda moglie, è in cucina a riassettare. Io sono nel grande soggiorno, spartano, ma funzionale, sprofondato in un comodo divano in attesa che mio padre venga finalmente a tenermi compagnia.
Come sono rare le occasioni che abbiamo di fare due chiacchiere da soli.
Mi piacerebbe aggiornarlo su tutte le mie cose ed avere anch’io qualche consiglio da lui, visto che forse ne ho bisogno più di tutti gli altri messi assieme, ma so già che non andrà così. Lui inizierà a raccontarmi dei problemi suoi e toccherà gli eterni ritornelli dei soldi, le tasse, il lavoro che manca. Ora non parla più del suo lavoro, visto che è in pensione, ma della situazione di Carpi, che non è più quella di una volta e dei problemi dei suoi figli che, malgrado tutto l’aiuto che ancora gli dà, fanno fatica a trovare la loro strada.
Anzi... sta già arrivando vicino a me ed ha iniziato a parlarne!
Lo ascolto facendo qualche cenno di consenso ogni tanto.
Poi, non so come, all’improvviso mi chiede: “Ma tu che te ne intendi di quelle diavolerie lì ... INTERNET...che roba è? Qui a Carpi pare ci sia un sacco di gente che ci traffica, ma io non ci capisco niente! Massimo dice che vorrebbe anche lui navigare su Internet, ma non ha mica il computer. E’ una cosa davvero così interessante?”
Cerco mentalmente di prepararmi una qualche spiegazione che lui possa capire, ma non so da dove attaccare.
Mio padre è sempre stato negato per tutto ciò che è scienza e tecnologia. Figuriamoci parlargli di Internet e di computer.
Non capisce nulla né di motori né di elettricità. Intendiamoci, non voglio dire che non sia bravo a fare mille piccoli lavoretti in casa e in giardino, ma non è mai andato oltre.
Di contro io all’età di dodici anni già armeggiavo con le radio, la chimica, l’elettricità. Lui osservava per un attimo quel che facevo, ma poi tornava ai suoi uccellini. In compenso era molto bravo con il legno ed alla domenica era capace di alzarsi alle sei per costruire una nuova gabbietta o aggiustare una sedia.
Qualche anno fa un venditore di Carpi l’ha convinto a buttare in soffitta la sua vecchia macchina per scrivere meccanica che aveva nel suo ufficio e gli ha portato l’ultimo modello elettronico. Ultimo...perché credo che poi non ne abbiano fatti più!
Ho avuto il sospetto che quel tizio volesse liberarsene prima che fosse troppo tardi, ma per mio padre quella macchina era fantascienza, al punto che non è mai riuscito ad impararne l’uso ed alla fine è tornato a rispolverare la sua vecchia Olivetti.
Ricordo che mi disse: “Sono macchine infernali. Non si possono usare! Pensa che arriva in fondo alla pagina e non si muove più, se non schiacci il tasto giusto. Ma tu vedessi quanti tasti ci hanno messo! Non imparerò mai ad utilizzarli!”
Tornando a lui, nella sua domanda c’è quasi un’aria di sfida. Vuole mettermi alla prova, lo so. Sicuramente non gliene importa un accidenti di Internet, ma vuole vedere come me la cavo.
“Internet è un mondo, papà.” Butto là la prima frase fatta che mi capita e intanto mi accendo una sigaretta.
Lui mi avvicina il posacenere, con un certo disgusto. Ha fumato fino a cinquant’anni. Arrivato a sessanta sigarette al giorno è stato capace di smettere di colpo e da allora non ne ha più toccata una.
C’è stato male, ha avuto un gran febbrone per una settimana, ma ce l’ha fatta.
Di buono c’è che da quel momento non s’è messo a fare il redentore dei fumatori. Tutt’al più ti dice “Ma Dio bono se fuumi!” con quella bella cantilena emiliana.
“Ti racconterò cosa ho fatto ieri sera con Internet, così capisci cos’è.
Vado giù, dove ho il computer, verso le 11, perché a quell’ora gli scatti costano meno. Con poco più di quattromila lire all’ora me la cavo.
In ufficio, invece, è diverso, sai lì abbiamo una connessione diretta con Internet e quindi non ci sono scatti e si viaggia molto più veloci. Ma in ufficio mica posso fare le cose che faccio a casa, ti pare?”
Fa un breve cenno d’assenso, poco convinto. E’ attentissimo, ma capisco che lui ‘naviga’ nel buio più totale, più che in Internet!
“Perché bisogna usare il telefono, vero?” mi chiede a titolo di conferma.
“Sì, certo. Ci vuole il computer e bisogna collegarlo alla linea del telefono, come un fax, capito?”
“Ah, ecco...ecco...” il suo volto s’illumina e muove la testa in segno di conferma. Fino a lì ci siamo.
“Allora, ti dicevo, accendo il computer, poi lancio il programma che mi connette a Internet.
Di solito la prima cosa che faccio è vedere se c’è posta per me.
“Posta?” ripete lui con aria sorpresa.
“Sì posta. Ho amici sparsi per il mondo. Sai un po’ come quando facevo il radioamatore, ricordi? Beh con la radio ci parlavamo. Qui invece ci scriviamo.”
Accenna un debole consenso con il capo, ma l’espressione resta molto diffidente. Ci pensa su un attimo e poi commenta: “Ma una lettera costa meno con la posta normale, no?”
E’ tipico di mio padre. Ha subito tradotto in soldi.
“Sì... forse... mica sempre però. Sai i miei corrispondenti stanno in America, Giappone, Australia.”
Non l’ho vedo convinto.
“Poi via Internet una lettera ti arriva subito e non conta il peso.”
“Sì, ma allora gli mandi un fax e arriva subito ugualmente, no?” Vedo nei suoi occhi un’espressione di compiacimento. E’ convinto d’avermi già messo in difficoltà.
“Pensa che assieme alla lettera ci posso mettere anche delle immagini...voglio dire fotografie. E posso anche mandare la mia voce.”
“Come con una cassetta del magnetofono?” lui lo chiama ancora così.
“Sì, uguale...anche se magari non così lunga perché i suoni occupano molto spazio.”
“Si ma, mettiamo, una lettera con una fotografia e una cassetta... fai un pacchetto postale...cosa ti costerà? Cinquemila lire? Via aerea, poi, arriva subito, no?”
La diffidenza aumenta. Fa una certa faccia di disapprovazione e delusione. Leggo nei suoi pensieri: “ma come, fanno tutto questo casino per mandarsi una semplice lettera? Tutto qua?”
“Papà, Internet non è solo questo. Dopo che ho visto la posta e magari risposto a qualcuno, passo alla ‘navigazione’ vera e propria.
In pratica posso ricercare qualsiasi tipo d’informazione.
Per esempio, c’è la CNN, sai quell’emittente americana...”
“Ma sì, la vedo anch’io ogni tanto alla televisione, ma non ci si capisce niente.”
“D’accordo, allora leggo le ultime notizie, poi passo ai servizi meteorologici. Questo è molto bello perché posso vedere l’ultima immagine appena giunta dal satellite.”
“Quelle le fa vedere anche la RAI, tutte le sere.” Insiste mio padre, sempre meno convinto.
“Sì, ma io posso vedere anche che tempo fa... per esempio... negli Stati Uniti o in Asia...”
Questa volta non m’interrompe, ma la sua espressione è quella di chi pensa: “ma che cavolo t'importa del tempo negli Stati Uniti?”
“Su Internet ci sono tutti gli argomenti possibili e immaginabili. Puoi visitare la Casa Bianca e lasciare il tuo nome nel registro dei visitatori, puoi cercare una ricetta giapponese, puoi entrare in un osservatorio astronomico e vedere le ultime immagini di Giove o che so io...”
Con la Casa Bianca mio padre non ha dei buoni rapporti. Un tempo era comunista e mi ricordo che facevamo delle discussioni accanite sull’interventismo americano in Vietnam.
Io sostenevo che era giusto che intervenissero perché non si poteva certo assistere impassibili a tutti quei soprusi e lui ribadiva che gli americani non andavano in Vietnam per spirito di pace, ma che ci avevano i loro sporchi interessi.
Col passare degli anni mi sono convinto che non aveva certo torto, ma allora non potevo sopportare questa visione negativa dell’America.
In quanto a ricette giapponesi, beh lui vive a formaggio grana, prosciutto, gnocco e tortellini...figuriamoci se gli interessano le ricette giapponesi!
Giove, poi, credo che lo lasci del tutto indifferente.
Allora mi sforzo di pensare al mio elenco di siti che visito più frequentemente e dove ci sono le cose più interessanti.
“Posso anche consultare una pagina dove sono elencati tutti i film e gli spettacoli teatrali della città di Milano.”
Sì ma lui, che mi conosce bene, mi ferma subito, chiedendomi: “ma poi ci vai?”
In effetti è vero, io sono molto pigro e vado al cinema si e no una volta all’anno.
“Si possono visitare tanti musei senza muoversi da casa. Sai puoi girare nelle stanze, proprio come se fossi lì e ammirare le opere d’arte...”
“Ma cosa vedi sullo schermo? No, te lo chiedo perché anche a me è capitato di vedere un documentario in televisione sull’Ultima Cena che è a Milano, ma non è mica la stessa cosa! Io anni fa l’ho visto quell’affresco. Un conto è vederlo dal vero e un conto è vederlo su un piccolo schermo! No non è la stessa cosa. I colori, l’atmosfera, le dimensioni....”
Non posso dargli torto, l’ho sempre sostenuto anch’io! Persino i film in televisione, si sa, perdono gran parte del loro fascino...figuriamoci un’opera d’arte!
“Beh, se non altro, però, serve a documentarti. Se poi t’interessa puoi anche pensare di andarci davvero.”
Si alza e va in cucina. Sono un po’ imbarazzato. Capisco di non essere riuscito a tirare fuori niente di buono.
Dopo un po’ ritorna con una bottiglia di Lambrusco e due bicchieri.
E’ l’unico vino che non mi piace. Poi fuori pasto non bevo.
“Sai non dovrei bere...il medico rompe le palle...ma è la solita storia: se non bevi, non fumi, non mangi, ecc. ...cosa campi a fare? Ne vuoi?”
“No grazie, papà, sai che non bevo fuori pasto.”
“Bravo, fai bene, ma io ho una gran sete, sai il grana...ma e poi, cos’altro fai con Internet?”
Un po’ svogliatamente cerco di proseguire, sforzandomi di pensare a qualche sito che a lui potrebbe veramente interessare.
“Tu che sei appassionato di uccellini, su Internet puoi fare delle ricerche, oppure scambiare delle esperienze con altri allevatori o persino acquistare qualcosa che ti interessa e riceverlo comodamente a casa tua.”
“No, per carità! Lidia qualche tempo fa ha avuto la bella idea di comprare una roba, sai con uno di quei cataloghi che ti arrivano. Beh è stato il finimondo! Prima di tutto quello che ha ricevuto mica corrispondeva alla fotografia! Poi era sbagliata la taglia. E poi dopo quel primo acquisto siamo stati sommersi da buste di Pubblicita' che dicevano che eravamo i più fortunati e che avevamo vinto questo o quello....insomma un tormento!”
“Puoi sempre respingere un articolo se non è come lo volevi.”
“Si, bravo! Compri una cosa da ventimila lire, in più ci paghi la consegna e poi se lo mandi indietro è a carico tuo pure quello! Tu immaginati cosa ti viene a costare alla fine! Per carità. No, noi entriamo in un negozio, ci guardiamo ben bene in giro, parliamo con la commessa, che magari è anche carina, scegliamo quel che vogliamo e lo proviamo subito. A quel punto, poi, quando sei alla cassa se ci sai fare riesci quasi sempre ad avere anche un bello sconto. Te dimmi se è la stessa cooosa!”
“C’è ormai molta gente che compra e paga via Internet con la carta di credito. Bisogna, però, stare attenti perché qualche furbone può essere in grado di fregare il tuo codice e utilizzarlo a tua insaputa.”
“Ah, pure! Figurati che Fabiola la carta di credito ce l’aveva, ma l’ha data indietro. Prima di tutto c’era il canone annuale, poi, con quella storia del bancomat, ma hai idea di quanto spendeva in più? Senza il bancomat quando non aveva più soldi si metteva il cuore in pace e aspettava il lunedì, quando la banca riapriva, semmai. Con la tessera, invece, era sempre lì a spillare soldi!”
“Adesso allora ti racconto una cosa che si può fare solo su Internet e che non ha a che fare coi soldi.
C’è un programma di Internet che ti proietta in un mondo completamente virtuale.
Puoi scegliere una delle tante località che appaiono in un elenco ed essere ‘catapultato’ in un mondo completamente artificiale. Lì ci sono strade, case, alberi, giardini, fontane, ecc. e c’è anche la gente; insomma di tutto. Prima d’entrare anche tu in quel mondo devi però decidere il nome che vuoi assumere e con quali sembianze mostrarti agli altri.
Per esempio, potresti scegliere la figura di una giovane indiana, di un vampiro o di un ragazzino. O cercare di essere il più possibile te stesso.
Quello che vuoi insomma.
“Da indiana?” fa lui scandalizzato. Di sicuro sospetta che sia un gioco per travestiti.
“Si, non sei mica obbligato a fare una parte da maschio. Puoi anche imbrogliare un po’ le carte, se ti va di farlo.” Scuote la testa e si versa ancora da bere.
“Poi con dei comandi sulla tastiera puoi far girare il tuo personaggio e farlo camminare all’interno di quel paesaggio virtuale.
Ad un certo punto ti può capitare d’incontrare altra gente. Ognuno avrà scelto, come te, certe sembianze.
Tutti poi hanno un loro nome di fantasia. Io, per esempio, uso quasi sempre Riccardo I. Il ‘primo’ l’ho dovuto aggiungere perché c’era già un Riccardo e non possono ovviamente esserci nomi uguali.
Se poi ti va puoi avvicinarti ad una persona e rivolgerle la parola, cioè scambiare quattro chiacchiere con lei.
Magari ti capita uno che sta in Australia, o a Parigi, o a Città del Capo, nella vita reale. Insomma c’è gente di tutto il mondo, capisci?” Fa segno di si e cambia posizione sulla poltrona, mettendosi più eretto.
“...e tu sei lì in mezzo a loro, in una città di fantasia, in cui però ti muovi e parli come nella realtà.
Pensa che hai anche dei comandi con i quali puoi cambiare l’espressione e far fare dei gesti al tuo alias: puoi farlo salutare con le braccia, oppure assumere un tono minaccioso o saltare, ballare, ecc.
Active WorldIl programma che serve a fare tutte queste cose è in continuo miglioramento. Si chiama ActiveWorld”
“Sarà una roba che costa molti soldi, no?” Rieccoci coi soldi!
“NO, non costa proprio niente!” replico indignato “è un programma che prelevi direttamente da Internet e non paghi una lira.
Ogni giorno c’è gente che fa nascere nuovi mondi, nuovi oggetti e nuovi personaggi.
Chiunque può partecipare alla costruzione di nuovi ambienti o aggiungerci quel che vuole.
Io, per esempio, potrei disegnare un bel muretto e metterlo in un certo posto e tutti da quel momento vedrebbero il mio muretto e dovrebbero girarci attorno perché sarebbe come un ostacolo reale.
Pensa che ci sono dei posti dove puoi costruirti la tua villetta, con tanto di numero civico, di cassetta per le lettere, stanze arredate, giardino, eccetera.
E la cassetta delle lettere corrisponde alla tua casella postale di Internet, così puoi andare lì, aprirla e vedere se ti ha scritto qualcuno.”
Mio padre è attentissimo, ma, anche se assorto dal mio racconto, ho notato che la sua espressione si fa sempre più pensierosa.
“Dunque, se ho capito bene, tu fai finta di essere un personaggio in una scena. Un po’ come nel teatrino delle marionette?”
Il teatrino! Mi ha tirato fuori il teatrino! Tutto il mio mondo virtuale...precipitato in un teatrino di marionette!
Mi viene in mente quando da bambino, visto che già alle elementari facevo fatica a raggiungere la sufficienza in diverse materie, per entrare nelle grazie del maestro mi aveva costruito un bellissimo teatrino in legno da donare al patronato scolastico.
Era veramente un piccolo capolavoro. Aveva il suo bravo sipario in velluto rosso, due mascheroni dorati ai lati, le luci per la ribalta e le quinte.
Mia mamma, poi, aveva pitturato svariati fondali in cartoncino che rappresentavano un bosco, il castello, l’inferno, ecc. Ed aveva anche costruito diverse marionette, rigorosamente dipinte a mano e complete di fastosi vestiti, fatti sempre da lei.
Era stato un successone a scuola...e mi avevano promosso.
Peccato che nelle medie non ci fu più l’occasione di altre iniziative del genere e fui inesorabilmente bocciato!
“Ma no, che dici il teatrino! Siamo PERSONE! Persone proiettate in una realtà. Mica recitiamo un copione o tiriamo dei fili. Diciamo quel che vogliamo e andiamo dove vogliamo. Non sarà un mondo vero, ma non ha niente a che fare col teatrino!
Per esempio c’è Atlantide, dove puoi assumere l’aspetto di un pesce e nuotare tra i ruderi sommersi di un mondo tutto acquatico.
C’è France, dove ti sembra veramente di essere in un villaggio francese.
La loro innegabile classe traspare anche in questo caso. E lì si parla solo francese, ovviamente!
L’altro giorno, invece, ho scelto il Brasile, uno dei mondi virtuali più affascinanti.
Avevo preso le sembianze di un guerriero vichingo.”
“Un guerriero vichingo? ...in Brasile?”
“Ma si, non sei mica costretto a stare negli schemi convenzionali, no? Mi piaceva quel personaggio e l’ho scelto.
Dopo avere girato un bel po’ senza incontrare anima viva, finalmente vedo la sagoma di una persona vicino alla spiaggia. Ci sono palme, uccellini che cantano, si sente il rumore del mare e in sottofondo un languido motivo di musica brasiliana.
Mi avvicino e scopro che si tratta di Dasy, una ragazza già incontrata qualche giorno prima, ma che avevo bruscamente abbandonato perché era andato in palla il mio computer.”
“Ah, succede anche lì? Ieri mattina sono andato all’Inps, ho fatto mezz’ora di coda, lì in piedi come un cretino, e poi quando è stato ben bene il mio turno se rotto tutto e son dovuto venire via senza concludere niente!”
“Beh sai sono macchine molto complesse e qualche volta succede.”
“Sì, ma vai avanti e cerca di spiegarti bene perché faccio un po’ fatica a seguirti adesso.”
“Allora sono davanti a questo personaggio che è sulla spiaggia e si chiama Dasy, OK?”
“Fin lì ci sono, anche se tu sei a casa tua, no?”
“Certo papà; è il mio personaggio che è in Brasile, mica io.
Allora ci salutiamo e io le faccio un elegantissimo inchino.
Mi scuso per averla bruscamente abbandonata la volta precedente e le spiego cosa m’era successo.
Ora lei mi era molto vicina e ondeggiava lievemente muovendo il capo con molta grazia.
Le chiedo cosa fa in quel posto tutta sola e lei mi risponde che le piace quell’angolo di spiaggia perché c’è il sole, il mare e dei suoni incantevoli.
Mi svela che in realtà si chiama Ingrid e vive a Helsinki.
Da lei fa un freddo cane e in quel momento sta nevicando, tanto per cambiare!
Adora il Brasile...è il suo sogno, ma non sa se potrà mai andarci veramente. Ci vogliono troppi soldi.
Scopro che è studentessa di psicologia e che vive in un piccolo appartamento che condivide con altre due ragazze.
Si sono appena comprate il computer in società. Ovviamente serve per preparare la tesi e per navigare su Internet.
A mia volta le racconto qualcosa di me, ma cerco di restare molto nel vago.
Comunque non racconto bugie, che senso avrebbe?
Parliamo a lungo, indisturbati.
Tra noi c’è un’intesa perfetta. Il suo inglese è semplice, ma corretto. Si esprime bene, non a monosillabe come fanno moltissimi altri personaggi che ho conosciuto. Pensa che anziché scrivere ‘you’ per fare meno fatica scrivono ‘u’, tanto in inglese si pronuncia uguale!
Lei no, scrive bene e senza errori.”
“Ma dov’è che scrive?” m’interrompe con aria smarrita.
“Sullo schermo, papà, c’è un angolino dove io scrivo le mie frasi e vedo le sue risposte, capito?” Fa segno di si... quasi.
“Dopo un po’ le chiedo se ha anche il microfono e la telecamera collegati al computer.
Mi conferma che li ha acquistati qualche giorno prima, ma non sa ancora come si usano.
Allora le mando le istruzioni per attivare sia il microfono che la telecamerina a colori.
Facciamo qualche regolazione. Io accendo anche il mio piccolo impianto e, voilà, ecco apparire una piccola finestra sullo schermo, con il suo viso.
L’immagine è decisamente molto nitida.



Second life Lei ha un’esclamazione di gioia e mi avverte che a sua volta mi sta vedendo e molto bene.
Ora il nostro mondo virtuale è fatto di voci vere e persone vere che si vedono e si parlano.” Mio padre ciondola la testa in segno di profondo stupore, misto ad ammirazione per quel prodigio e sospetto per tutta la storia. Tutto in una volta. Proseguo ignorandolo.
“E’ davvero molto carina. La tipica finlandese bionda con gli occhi azzurri e la sua voce calda ha una pronuncia perfetta.
Proseguiamo ancora per molto tempo il nostro dialogo, che si fa sempre più intimo e romantico, fino a quando lei mi dice che non può più proseguire perché la sua amica purtroppo ha bisogno del telefono.
Allora consulto rapidamente l’elenco degli oggetti che ho a disposizione e scelgo una splendida orchidea, che avevo disegnato per tutt’altro scopo.
Do un comando al mio braccio virtuale e vedo sullo schermo l’orchidea nella mia mano che si allunga verso Dasy/Ingrid.
Lei l’afferra con altrettanta destrezza e fa finta di accostare il fiore al viso, come per sentirne il profumo.
Sul suo volto, quello vero, ora si delinea un dolcissimo sorriso, come di complicità e compiacimento.”
“Ma Dio bono!” esclama mio padre.
“Allora le porgo l’ultimo saluto prima che l’immagine scompaia e che la sua voce sia di nuovo sostituita dal suono monotono della risacca...
Ecco, non ti sembra che ci sia molta poesia in tutto questo?
Pensa, due persone che non si sono mai viste, che abitano in paesi diversi, s’incontrano su una spiaggia virtuale del Brasile e si scambiano un gesto d’affetto.
Per ottenere questo miracolo bisogna coinvolgere tutta la scienza e la tecnologia. E’ la frontiera del futuro.
Il mio computer, il modem, la linea del telefono, la mia voce spezzata in milioni di zeri e di uno, il salto sul satellite che fa ricadere, amplificato, il mio segnale in mezzo a tutti gli altri in un altro continente e qui si fonde attraverso un inimmaginabile intreccio di cavi con il suo segnale che ha fatto altri percorsi, ma che alla fine si unisce al mio su uno schermo, dandoci la reale sensazione d’essere lì, proprio lì, soli io e lei, in quella spiaggia che non è in Brasile, ma che può essere memorizzata in un altro computer situato in qualsiasi parte del mondo.”
“Pazzesco! Pazzesco!” Ripete lui sopra pensiero e aggiunge: “e domani? Che sarà domani di questi mondi virtuali? Dove stanno scritti i limiti?”
“Beh, non ci vuole molto a immaginare che quando la tecnologia lo consentirà, non si useranno più dei rozzi manichini disegnati sul video, ma sceglieremo qualsiasi personaggio realmente esistito o esistente e di cui il computer sarà in grado d’imitare alla perfezione le sembianze, i gesti e la voce, oppure potremmo decidere di presentarci come siamo realmente.
Potrò decidere d’essere Richard Gere, Jack Nicolson, Marcello Mastroianni, eccetera, se vorrò impersonare un attore, oppure potrei decidere per Berlusconi, J.F. Kennedy, Giulio Cesare e via di seguito. Ed in ogni caso il programma sarà in grado di reperire da un’immensa banca dati tutti gli elementi che caratterizzano ciascuno di questi personaggi e mostrarmi una figura perfettamente simulata, tanto da trarre in inganno chiunque.
Poi useremo dei guanti con dei sensori e così ogni gesto da noi compiuto sarà ripetuto dal nostro alias. Ci sono già, lo sai?
E potremo afferrare gli oggetti e toccare altre persone. Un contatto virtuale che però provocherà sui nostri polpastrelli una sensazione identica alla realtà.
Così un incontro poetico diventerà sensuale.
E tutto questo si manifesterà con la consapevole certezza dell’innocuità delle nostre azioni.
Saremo al riparo da qualsiasi rischio.
Potremo fare qualunque cosa in qualunque parte del mondo e con chiunque...senza risentirne in alcun modo.
Si arriverà all’amore virtuale... è evidente. Tutto questo ‘gioco’ tende inesorabilmente a questo traguardo.
E abbracceremo Kim Bassinger o Marylin Monroe o chi altro ci pare.
E ci faremo l’amore, se anche lei lo vorrà, senza alcuna paura o inibizione.
I più aggressivi, invece, si sfogheranno in lotte cruenti, ma senza farsi neppure un graffio.
La passività dello spettacolo cinematografico e televisivo perderà qualsiasi attrattiva.
La gente sarà personaggio principale e prenderà parte attiva in qualsiasi azione.
Lungo le fibre ottiche viaggeranno miliardi di impulsi del genere umano che si fonderanno in un unico palpito di vita surreale.
Questo è il villaggio globale.
La gente uscirà di casa sempre meno e schiverà gli incontri con i suoi simili, perché sempre meno disposta ad esporsi realmente.
Tutti gli acquisti e le operazioni di banca avverranno senza scambio di denaro, che scomparirà per sempre.
Il lavoro si svolgerà in gran parte con l’uso di teleconferenze e comandi a distanza.
Ci chiuderemo in spazi reali sempre più ristretti, perché lì, sul nostro schermo tridimensionale, potremo facilmente sentirci i padroni del mondo e compiere qualsiasi azione.”
“Disgustoso, semplicemente disgustoso!” Nella sua voce ora c’è una profonda indignazione e amarezza.
“Mi fai pensare a larve umane con gli occhi arrossati da ore e ore trascorse davanti a uno schermo. Ma come si può pensare d’arrivare a una vita così? E’ pura follia!
Me spero proprio di non vederlo. Ma penso ai miei nipotini. Loro ci saranno dentro, eh? Già adesso m’arrabbio perché Domi gli ha preso uno di quei videogame e son sempre lì davanti.”
“Si, sarà una rivoluzione. Ma non vedere solo i lati negativi. Forse la gente si capirà meglio, ci sarà più pace, più benessere...” replico debolmente convinto.
“Beh ma cosa vuol dire una pace così! E’ la pace dei non viventi. E i bambini, ma chi li fa i bambini? Mica faranno pure quelli col computer?”
“Temo proprio di si, papà, i bambini si fanno già - volendo - artificialmente.
Le donne avranno sempre meno voglia di perdere nove mesi con tutto quello che poi ne deriva. Almeno quelle ‘emancipate’ e che vivono nei paesi più moderni. Ma ci saranno sempre i poveri e quelli i bambini li faranno all’antica.”
“Già e ne faranno sempre molti più di noi! Come adesso. Perché ci proveranno anche più gusto ed è il loro unico piacere. E diventerà un esercito di poveri sempre meno rassegnati al loro stato, cosicché capiterà un giorno che cercheranno di conquistare anche loro queste cose e sarà un gran casino, ecco cosa sarà!”
“Non lo so se finirà così, ma il progresso è inarrestabile.”
“Si, bel progresso. Te cerca di non farti fregare. Vivi più che puoi fuori da quelle robe, che hai solo da guadagnarci. Da retta a me, che so quel che dico!” Si alza e cerca le sue pantofole finite chissà dove.
“Andiamo a letto, va.” Accenna un sorriso quasi da compatimento e s’incammina scuotendo il capo in tono di sconforto, borbottando tra se: “Internet...te lo do io Internet...se domani vogliono comprarlo devono passare prima sul mio corpo!


Autore: Enrico Riccardo Spelta
(novembre 1997)






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