Un pomeriggio in Aula, la parola “scudo” rimbalza tra i banchi. Fuori, tra benzina sopra i 2 euro al litro in vari periodi dell’ultimo anno e stipendi fermi, la scena stona. Dentro, invece, il nome di un sottosegretario torna al centro: e la miccia la accende Giuseppe Conte.
Il leader del M5S alza il tiro e chiama in causa direttamente Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. Il bersaglio è il “caso” Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia. La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha votato lo scudo parlamentare su un procedimento che lo riguarda. Conte reagisce: “Smettano di dire che si ispirano a Borsellino”. È una frase che pesa, perché tocca la memoria condivisa e la responsabilità di chi governa.
La polemica arriva mentre l’attenzione pubblica è sul caro-vita: salari reali fermi da oltre un decennio, spesa alimentare compressa, carburanti tornati alti a ondate. Quando la politica usa la parola “scudo”, il primo pensiero va alla protezione dei più fragili. Qui, invece, l’immagine racconta altro: il Parlamento che si stringe attorno a un suo membro.
Il nodo dello “scudo” e la distanza col Paese
Tecnicamente, lo “scudo” è la combinazione di insindacabilità e autorizzazioni previste dall’articolo 68 della Costituzione: la maggioranza in Giunta decide se un atto o una dichiarazione di un deputato rientri nell’esercizio delle funzioni. In tal caso, la magistratura non può procedere per quella specifica condotta. È una tutela pensata per l’indipendenza del Parlamento, non una corazza personale. Ma la percezione pubblica è un’altra cosa: per molti, sembra l’ennesimo muro tra Palazzo e strada.
Nel merito, i dettagli del fascicolo su Delmastro sono tecnici e non tutti pubblici; alcune ricostruzioni giornalistiche divergono e non esistono, al momento, dati univoci su ogni passaggio processuale. Resta un fatto politico: la opposizione ha votato contro lo scudo, la maggioranza a favore. La fotografia è netta.
In controluce, tornano le polemiche accessorie: la “bisteccheria”, la biografia, le punte di colore. Molte di queste notizie circolano da tempo, ma non sempre sono documentate in modo completo: qui contano poco, e vanno maneggiate con cautela.
Borsellino, memoria e parole che impegnano
Tirare in ballo Paolo Borsellino non è un dettaglio retorico. Ogni 19 luglio, alla ricorrenza di via D’Amelio, le istituzioni promettono rigore, trasparenza, sobrietà. Quando un governo rivendica quell’eredità, si carica di un vincolo in più: nessun privilegio, nessuna scorciatoia, niente ambiguità. È qui che l’affondo di Conte tocca il nervo. Se ti ispiri a Borsellino, come giustifichi uno scudo che, agli occhi di molti, sembra un riparo ad personam?
Il punto è culturale prima ancora che giuridico. La fiducia si costruisce con gesti riconoscibili: audizioni pubbliche, tempi rapidi, carte rese accessibili quando la legge lo consente, rinunce volontarie a tutele quando il caso lo permette. Sono segnali semplici, verificabili, più forti di qualunque slogan.
Intanto, il Paese chiede cose elementari: bollette meno aggressive, buste paga più pesanti, treni in orario, ospedali che rispondono. Parole come “legalità” e “esempio” tornano credibili solo se s’incarnano in decisioni che non lasciano dubbi. Altrimenti restano sospese, come insegne al neon accese di giorno.
Alla fine, tutto si riduce a una domanda di misura: a chi serve davvero uno scudo? A un uomo delle istituzioni o alla fiducia di chi le istituzioni le tiene in piedi, ogni mattina, pagando il prezzo delle cose?