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Alberto Burri: alla scoperta della materia

 Se il centenario della nascita di Alberto Burri è caduto nel 2015, non per questo nel nuovo anno sono venute meno le celebrazioni legate al famoso artista umbro che continua a essere uno dei più grandi orgogli dell’arte italiana. Mostre e conferenze perpetuano l’omaggio tributato a questo maestro che amava esprimersi in lavori essenziali e scabri, all’insegna del rifiuto dell’arte figurativa e della continua ricerca di interazioni ed equilibri tra spazio e materia.

Alberto Burri nasce a Città di Castello, in provincia di Perugia, il 12 marzo 1915. È molto portato per il disegno tecnico, ama dedicarsi alla pittura come autodidatta nel tempo libero ma non crede che questa possa essere la sua strada. Per questo intraprende gli studi in medicina e, poco dopo aver conseguito la laurea, viene chiamato al fronte.

In Tunisia, Burri viene catturato dagli Alleati, che lo deportano in un criminal camp del Texas, a Hereford. Questo è lo scenario della conversione di Burri, che si rifugia nell’arte per distrarsi ed esorcizzare il trauma della guerra. Tornato in Italia, apre uno studio a Roma, lasciando così per sempre la professione di medico. Dopo la sua prima mostra personale, presso la Galleria La Margherita nel 1947, visita Parigi e resta suggestionato dai collage di Joan Miró e dai colori di Jean Dubuffet, mescolati con sabbia e catrame.

Burri si avvicina quindi all’Arte Polimaterica del Futurismo e, sperimentando con pigmenti e resine non ortodosse, realizza i Catrami, le Muffe e tele scultoree che denomina Gobbi. Gli anni ’50 confermano quanto Burri non sia un artista convenzionale. In questo periodo, infatti, lo si vede impegnato nella famosissima serie dei Sacchi, in cui le tele prendono vita una volta accoppiate con sacchi di iuta logori e rammendati, saldati tra loro in un effetto patchwork. Nel frattempo, Burri espone anche oltreoceano alla Allan Frumkin Gallery di Chicago, alla Stable Gallery di New York, all’arcinoto Solomon R. Guggenheim Museum e al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.

Burri sviluppa un nuovo realismo materiale che si distacca dall'astrazione gestuale del dopoguerra con il suo contenuto emotivo ed esistenzialista. Nella ricerca della materia e della sua consunzione (uniche vere preoccupazioni di Burri, stando alle sue dichiarazioni), il maestro umbro oltrepassa il confine tra pittura e scultura arrivando poi a una vera e propria sublimazione del materiale di scarto.

Dopo il matrimonio con la ballerina e coreografa Minsa Craig, Burri frequenta Los Angeles dove inizia a subire il fascino del Minimalismo. Del 1968 è una delle sue opere più ambiziose: il Cretto di Gibellina, rappresentazione ingigantita dei Cretti cui si dedica negli stessi anni e che decide di realizzare proprio in tale cittadina in quanto epicentro di un violento terremoto. Le macerie vengono intrappolate e immobilizzate in una colata di cemento che diventa presto l’emblema della land art italiana. Da ricordare sono anche i Cellotex, cui si dedica poco prima della morte, che lo coglie a Nizza il 15 febbraio 1995.

Proprio Albero Burri è uno degli artisti presenti alla prossima Asta di Arte Moderna e Contemporanea, che si terrà a Roma il 28 aprile 2016 presso Minerva Auctions. L’evento sarà preceduto da una esposizione gratuita aperta al pubblico, un altro dei tanti modi per celebrare il segno profondo da lui lasciato nel panorama dell’arte più vicina ai giorni nostri.


Vedi anche: Alberto Burri biografia e opere








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Libri su Burri Alberto

  Alberto Burri, l'equilibrio squilibrato
Marianelli Massimiliano, 2005, Silvana
  Alberto Burri. Cellotex: la strategia della materia. Ediz. italiana e inglese
cur. Ranzi G., 2010, Cambi
  Alberto Burri
cur. Calvesi M., 2008, Skira
  Alberto Burri. Un mondo fatto di materia
Giulietti Fabiana, Pantalla Emanuela, 2010, Edizioni Corsare
  Alberto Burri. Artisti e materia
Calvesi Maurizio, Tomassoni Italo, 2005, Silvana
  Pittura dell'ultimo giorno. Scritti per Alberto Burri
Villa Emilio, 1996, Le Lettere