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Anacardi: Snack Energetico e Sano, ma la Sostenibilità è Cruciale

Uno snack che sembra innocuo, cremoso e dolce, capace di dare energia in un attimo. Ma dietro agli anacardi c’è una storia che vale la pena conoscere prima di allungare la mano nel barattolo.

Perché piacciono così tanto

Gli anacardi sono quella sorpresa morbida che molti cercano quando vogliono uno snack energetico e pratico. Hanno un gusto rotondo e una texture burrosa. A casa li frullo spesso con acqua e un pizzico di sale: in due minuti diventa una crema perfetta per un sugo “bianco” o per un’alternativa vegetale al formaggio spalmabile. Funziona anche per un latte di anacardi rapido, senza additivi.

La nutrizione conferma l’intuizione. Per 30 g circa: ~160 kcal, 12 g di grassi (per lo più grassi insaturi), 5 g di proteine, carboidrati intorno a 9 g e poca fibra. Sono una buona fonte di magnesio, rame e manganese; contengono anche ferro e zinco. Dati in linea con il profilo riportato da USDA FoodData Central (fonte accessibile su fdc.nal.usda.gov). Il loro punto di forza è la sostituzione: se al posto dei grassi saturi scegli i grassi degli anacardi, i parametri lipidici migliorano. Uno studio controllato pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition (2017) ha osservato una riduzione del colesterolo LDL quando gli anacardi sostituivano spuntini ricchi di saturi.

Attenzione alle porzioni. Una “mano” basta: 25–30 g al giorno. Non è una regola scolpita nella pietra, ma aiuta a tenere sotto controllo calorie e bilancio dei grassi. Se hai un’allergia alla frutta a guscio, resta cauto: l’allergia alle frutta a guscio coinvolge spesso anche gli anacardi. Nota pratica: quelli venduti come “crudi” sono in realtà scottati al vapore per rimuovere le sostanze caustiche del guscio, quindi non vanno consumati appena raccolti.

Il rovescio della medaglia: sostenibilità

Il punto centrale è la sostenibilità. Gli anacardi crescono soprattutto in Africa Occidentale e Asia. Secondo FAOSTAT, la produzione mondiale supera i 4,9 milioni di tonnellate (dati 2022); la Costa d’Avorio è il primo produttore. Gran parte però viene lavorata in India e Vietnam e poi spedita in Europa o USA. La distanza accumula chilometri, imballaggi, passaggi intermedi. Non sempre abbiamo dati certi sull’impronta idrica in ogni regione: i valori variano molto per clima e pratiche agricole. Quando non c’è trasparenza, è onesto dirlo.

C’è anche la questione sociale. La lavorazione del guscio espone a oli caustici (anacardico e cardol) che possono irritare la pelle. Dove i dispositivi di protezione mancano, le mani si bruciano. Nel 2011, Human Rights Watch ha denunciato casi di lavoro forzato nella sgusciatura in centri di detenzione in Vietnam, con testimonianze di ustioni e turni estenuanti (report “The Rehab Archipelago”: www.hrw.org/report/2011/09/07/rehab-archipelago). Non è la normalità del settore, ma è un campanello d’allarme sulla filiera.

Come orientarsi? Leggi l’origine in etichetta e verifica dove avviene la lavorazione. Preferisci lotti con trasformazione locale nel Paese di coltivazione, che trattengono più valore in loco e riducono passaggi. Scegli cooperative e marchi con standard verificabili, come Fairtrade per gli anacardi (info: www.fairtrade.net/product/cashew-nuts) e, quando possibile, agricoltura biologica. Alterna con altra frutta secca per diversificare l’impronta. E conserva bene: barattolo ermetico, luce bassa, fresco.

Poi c’è la parte personale. Quando apro il sacchetto, mi chiedo chi c’è dietro quel gusto burroso. Una piccola scelta può fare una differenza misurabile. Ti va di trasformare lo spuntino in un gesto informato, capace di nutrire te e, almeno un po’, anche la catena che lo rende possibile?

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