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Cesare Pavese
Biografia, poesie
famose, libri
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Selezione di poesie di Cesare Pavese
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E TU NON
SAI LE COLLINE
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti sfuggimmo
tutti quanti gettammo
l'arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
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Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso |

Che diremo stanotte all'amico che dorme?
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ALL'AMICO
CHE DORME
Che diremo stanotte all'amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce. Guarderemo l'amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell'antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo. Il remoto silenzio
soffrirà come un'anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell'ansia dell'alba,
che verrà d'improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio. L'inutile luce
svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti
taceranno. E le cose parleranno sommesso. |
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ALTER EGO
Dal mattino alla sera vedevo il tatuaggio
sul suo petto setoso: una donna rossastra
fitta, come in un prato, nel pelo. Là sotto
rugge a volte un tumulto, che la donna sussulta.
La giornata passava in bestemmie e silenzi.
Se la donna non fosse un tatuaggio, ma viva
aggrappata sul petto peloso, quest'uomo
muggirebbe più forte, nella piccola cella.
Occhi aperti, disteso nel letto taceva.
Un respiro profondo di mare saliva
dal suo corpo di grandi ossa salde: era steso
come sopra una tolda. Pesava sul letto
come chi s'è svegliato e potrebbe balzare.
li suo corpo, salato di schiuma, grondava
un sudore solare. La piccola cella
non bastava all'ampiezza d'una sola sua occhiata.
A vedergli le mani si pensava alla donna.
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La giornata passava in bestemmie e silenzi.
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Una voce di donna che suona segreta |
LA
CASA
L'uomo solo ascolta la voce calma
con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro
gli alitasse sul volto, un respiro amico
che risale, incredibile, dal tempo andato.
L'uomo solo ascolta la voce antica
che i suoi padri, nei tempi, hanno udito, chiara
e raccolta, una voce che come il verde
degli stagni e dei colli incupisce a sera.
L'uomo solo conosce una voce d'ombra,
carezzante, che sgorga nei toni calmi
di una polla segreta: la beve intento,
occhi chiusi, e non pare che l'abbia accanto.
E' la voce che un giorno ha fermato il padre
di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
Una voce di donna che suona segreta
sulla soglia di casa, al cadere del buio.
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TU
SEI COME UNA TERRA
Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C'è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate.
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Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto
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non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi. |
E ALLORA NOI VILI
E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto -
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume -
- non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.
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SEI LA TERRA E LA MORTE
Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall'alba.
Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l'hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l'acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull'acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.
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Sono cerchi sull'acqua.
Tu li lasci svanire. |
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Cesare Pavese (1908 - 1950) è stato uno fra i
principali scrittori italiani del Novecento. Per tutta la vita,
cercherà di vincere la solitudine interiore, sentita come condanna e
vocazione.
Studioso e pensatore che si riconosceva nella sinistra italiana,
morì suicida a quarantadue anni.
Importante fu l'opera di Pavese scrittore, traduttore e critico:
oltre all'Antologia americana curata da Elio Vittorini, comprenderà
la traduzione di classici della letteratura da Moby Dick di
Melville, nel 1932, ad opere di Dos Passos, Faulkner, Defoe, Joyce e
Dickens.
La sua
attività di critico in particolare contribuirà a creare - verso la
metà degli anni ’30 il sorgere di un certo mito dell'America.
Lavorando nell'editoria (per la Einaudi) Pavese propose alla cultura
italiana scritti su temi differenti, e prima d'allora raramente
affrontati, come l'idealismo ed il marxismo, inclusi quelli
religiosi, etnologici e psicologici.
Le poesie di "Lavorare stanca" (1936) furono fortemente innovative
e, insieme alle sue opere di narrativa, attraggono ancora un vasto
pubblico.
Nel 1914 muore il padre e questo gli causa un primo trauma. La madre
infatti si sostituirà al marito defunto nell'allevare il figlio in
maniera quanto mai rigida. Pavese compie gli studi liceali a Torino
con Augusto Monti, collaboratore di Godetti, narratore, studioso di
problemi della scuola. È il primo contatto con il mondo degli
intellettuali e con personalità come Leone Ginzburg, Tullio Pinelli,
Vittorio Foa, studioso di problemi politici e sociali, Norberto
Bobbio).
Ma è durante
gli anni dell'università che Pavese matura l'interesse per la
letteratura americana; in quegli anni, intanto, alterna il lavoro di
traduttore all'insegnamento della lingua inglese (si era nel
frattempo laureato con una tesi sul poeta americano Walt Whitman).
Nel 1935 viene inviato al confino per attività antifascista (in
realtà si era limitato a prestarsi come recapito per lettere
compromettenti per un'attivista comunista di cui era innamorato).
Ritornato dal confino, Pavese scopre che la donna da lui amata si è
sposata (e questo gli causa un secondo trauma); da quel momento
Pavese è angosciato dal timore che quanto già accaduto possa
ripetersi.
La sensazione angosciosa del fallimento, complicata pare da disturbi
della sfera sessuale, lo accompagnerà fino alla morte. Buon per lui
che, nel 1938, il rapporto con la Einaudi diviene stabile. Nel 1940
può terminare così "La bella estate" ed iniziare "Feria d'agosto";
nel 1941, pubblica "Paesi tuoi".
Richiamato alle armi, è congedato a causa dell'asma che lo affligge.
Dall'8 settembre 1943 alla Liberazione si rifugia dapprima presso la
sorella, poi in un collegio a Casale Monferrato.
Nel 1950, vince il
Premio Strega con La bella estate".
La delusione amorosa per la fine del rapporto sentimentale con
l'attrice americana Constance Dowling - cui dedica gli ultimi versi
"Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi" - ed il disagio
esistenziale lo inducono al suicidio il 27 agosto del 1950, a
Torino.
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