Progetto per la Riforma globale della politica pag. 15




La riforma globale dopo la democrazia

LA DIFFUSIONE DELLA CARTA dei DIRITTI e DOVERI


L’obiettivo principale iniziale dell’organizzazione mondiale dei diritti e doveri sarà quello di promuoverne l’adesione da parte del maggior numero possibile di comunità presenti in qualsiasi parte del mondo.

Le riforme indicate sulla carta dovranno essere applicate con un piano di adeguamento progressivo proiettato sull’arco di cinquanta anni, per consentirne la graduale realizzazione assorbendo eventuali squilibri economici e sociali.

Tutte le comunità aderenti si impegneranno a spiegarne e diffonderne i contenuti a tutti gli abitanti ed insegnarne i principi a tutti i livelli scolastici. Le strutture politiche di comunità aderenti alla carta dei Diritti e Doveri saranno prevalentemente incaricate alla gestione ordinaria della cosa pubblica, lasciando alla comunità la responsabilità di esprimere tramite votazioni la propria volontà su qualsiasi decisione che modifichi le leggi in vigore.

Qualsiasi nuova legge comunitaria o continentale non potrà comunque violare la costituzione basata sulla carta dei Diritti e Doveri mondiali.

Nei confronti delle comunità estranee alla carta dei Diritti e Doveri, l’organizzazione mondiale s’impegna a rispettarne la libera scelta, ma anche a promuovere qualsiasi iniziativa di incentivazione per spingere queste comunità verso l’adesione. In modo particolare ogni importazione di beni provenienti da comunità non aderenti alla carta sarà gravata da una tassa specifica.

CHIARIMENTI sulla CARTA DEI DIRITTI E DOVERI

La stesura e sottoscrizione di una nuova etica sociale destinata all’intera umanità è con forte probabilità un obiettivo praticamente non raggiungibile, malgrado sia l’unico strumento da cui si potrebbe realmente partire per una reale evoluzione del genere umano verso una nuova direzione che non sia più vincolata alla formula del mercato produttivo – distributivo, ma tenga conto innanzi tutto dell’essenza dell’uomo come essere superiore rispetto alla natura che lo circonda, ma che da essa inesorabilmente dipendente e che per tale ragione deve rispettare.

Questa ambigua condizione porta gli esseri umani a sfruttare e piegare al loro volere, con la loro intelligenza, le risorse che la natura produce o rende disponibili, ma per finalità diverse o contrastanti da quelle previste dalla natura stessa.

Il primo obiettivo della Carta è dunque di esporre e fare rispettare i doveri verso i quali l’umanità non può sottrarsi, pena il suo stesso possibile decadimento, nei confronti dell’intero ambiente che la circonda.

La Carta dei Diritti/Doveri è in sostanza un documento sovrastante qualsiasi Costituzione che le varie nazioni abbiano sviluppato nel tempo. Tali Costituzioni raccolgono definizioni spesso ineccepibili, ma quasi tutte hanno trascurato aspetti fondamentali dell’umanità, privilegiando dettagli poco importanti in un documento che deve gettare le basi per un nuovo patto sociale diffondibile a livello planetario.

L’applicazione dei doveri previsti dal primo articolo della carta implica inevitabilmente delle rinunce e dei cambiamenti comportamentali dell’uomo nei confronti del pianeta,  della natura e dei suoi "prodotti”.  E’ inevitabile che sia il primo articolo perché da esso dipende niente meno che la sopravvivenza del genere umano!

Il principio dichiarato ha lo scopo di non danneggiare l’ambiente più di quanto non sia strettamente indispensabile per la sua sopravvivenza, introducendo altresì l’obbligo di reintegrare ciò che si preleva e consuma e non prelevare o consumare più di quanto non sia considerabile essenziale e sufficiente, come antiche popolazioni sapevano fare molto più saggiamente di noi.

La carta non vuole in alcun modo sminuire o indebolire la forza dell’uomo nel suo ambiente, ma imporgli il rispetto di tutto ciò da cui deriva la sua stessa sopravvivenza e sensibilizzarlo sui diritti che tutti gli altri esseri viventi hanno a loro volta. Se l’uomo si fosse convinto di essere l’unico animale degno di sopravvivere, la sua specie si sarebbe già estinta!

Per questi motivi l’umanità non può più arrogarsi esclusivamente dei diritti verso il mondo e verso altri esseri viventi, ma deve soprattutto imporsi delle regole comportamentali di rispetto e convivenza. Per questo la nuova carta costituzionale si chiama "dei Diritti e dei Doveri”, il cui equilibrio deve essere presente in ogni atto che esprime.

Il secondo articolo tratta il problema della pacifica coesistenza del genere umano nelle sue variegate espressioni linguistiche, razziali, religiose, politiche e culturali.

Anche in questo caso il messaggio principale parte dal concetto di rispetto e salvaguardia di qualsiasi struttura umana. L’unico denominatore comune dell’umanità è rappresentato dall’identico patrimonio genetico, che non fa distinzioni di sorta tra razze, colore della pelle, religioni o ideali, territori o culture.

Se secondo questo principio siamo sostanzialmente "tutti uguali” è pure vero che ogni essere umano appartiene e si evolve seguendo strade e principi diversi, dettati o appresi dal terreno culturale in cui cresce e da cui assimila le regole e abitudini. Il principio ispiratore sancisce che non si può essere rispettati da altri se per primi non rispettiamo noi gli altri e come principio ha sicuramente radici profonde!

In teoria tutto ciò è molto facile da comprendere e accettare, ma in pratica l’umanità combatte da sempre battaglie egoistiche, dettate dalla volontà di supremazia di un gruppo, o di un singolo individuo, o in nome di un ideale e a sfavore di altri. Il principio del più forte in termini fisici è basilare nella natura ed ha creato le condizioni per la selezione naturale, ma l’uomo, non essendo più un semplice animale istintivo, deve imparare a trascendere questa troppo semplice regola e dotarsi di maggiore sensibilità e sopportazione nei confronti di chi solo in apparenza è diverso da lui.

Il terzo articolo affronta il tema della vita, dal punto di vista del singolo individuo. L’uomo sarà più vicino ad un ipotetico Creatore che agli animali che lo circondano solo se acquisirà la consapevolezza delle sue capacità, ricorrendo sempre meno a delegare altri suoi simili a decidere al posto suo.

Per camminare con le proprie gambe è indispensabile che si senta sicuro di sé, protetto dall’intero sistema e non solo da una piccola comunità d’appartenenza o da un delegato. Deve prima di tutto acquisire sufficiente stima nelle sue risorse ed avere i mezzi per arricchirsi intellettualmente, dando un significato creativo e realmente evolutivo e dunque appagante alla propria esistenza.

Questo cammino è sempre stato ostacolato e oscurato nel corso dei secoli e dei millenni perché contrastante con la volontà di supremazia e dominio da parte dei più forti, siano essi faraoni, imperatori, dittatori, papi o leader politici.

Se ogni individuo fosse sufficientemente istruito per ridimensionare il mistero, se fosse preparato intellettualmente per affrontare con serenità le proprie disgrazie e la propria morte, se sapesse colmare i momenti di noia con attività creative e se riuscisse facilmente a procurarsi di che vivere, non sarebbe più soggiogabile da nessuno dei suoi simili.

Sulla base di queste considerazioni ogni individuo dovrebbe assumersi le proprie responsabilità a partire dall’atto più importante della propria esistenza:  la procreazione.

Un nuovo essere umano non appartiene alla comunità fino a quando la maternità non è compiuta. Pertanto è solo la madre che ha il diritto di decidere se regalare o no al genere umano una nuova creatura e questa decisione dovrebbe maturarla prima del parto. L’affermazione comporta inevitabilmente mille critiche ed obiezioni, tutte imperniate sulla sacralità della vita.

Proprio per rispondere a questo punto, la carta propone un’alternativa al rifiuto di prendersi cura del nascituro da parte della madre: la possibilità che si faccia avanti qualcun altro al suo posto, proponendone l’allevamento. In buona sostanza in un tessuto sociale sano ed equilibrato potrebbe in questo modo non essere mai necessario ricorrere alla rinuncia della nascita di una nuova creatura, a patto, appunto, che ci sia sempre chi desideri prendersi cura di essa.

La crescita di un nuovo essere umano è concettualmente divisa in quattro fasi: la gestazione, che compete esclusivamente alla madre, la formazione, che si avvale di uno o più tutori responsabili (famiglia/scuola),  la maturità, in cui la crescita intellettuale spetta all’individuo stesso e per tutto il resto della sua vita, ed infine l’anzianità/infermità, nel cui stato l’individuo ha perso momentaneamente o definitivamente la sua autosufficienza.

Ma sulla procreazione il genere umano deve anche imparare che c’è un limite al numero di abitanti che il pianeta può sfamare e far vivere degnamente. Noi oggi siamo già andati molto oltre questo limite, ma pochi si pongono il problema.

Dobbiamo frenare e contenere le nascite ad un tasso di ricambio generazionale che non porti a ulteriori incrementi demografici. Meglio di tutto sarebbe porsi l’obiettivo di lasciare che diminuisca il numero totale di esseri umani a valori di qualche decennio fa, per poi stabilire un fattore di crescita zero.

Anche questa consapevolezza fa parte dei doveri di base di ciascun individuo, al quale dobbiamo insegnare che c’è un limite alle nascite e che è dovere di ciascuno di noi tenerne conto facendo in modo di non superare il limite naturale di due figli.

Il quarto articolo affronta la questione del diritto di difesa e della punizione verso qualsiasi atto compiuto ai danni della comunità. La giustizia umana è un esercizio quasi impossibile nella maggioranza dei casi.

La storia mostra chiaramente che, salvo casi rarissimi, la giustizia umana ha sempre cercato di punire o addirittura sopprimere il colpevole, dando libero sfogo al sentimento di vendetta, più che di autodifesa sociale e tentativo di recupero.

Le comunità non sono propense a considerare la maggior parte dei reati come prove fallimentari della propria debolezza soprattutto nella formazione di un’etica sociale atta a ridurre al minimo possibile le deviazioni comportamentali dei suoi componenti. Di solito viene stabilito un clima di stile di vita "normale” e su di esso vengono modellate leggi difensive. Chiunque le infranga viene severamente punito. Le motivazioni che possono avere indotto all’infrazione non sono prese quasi mai in considerazione.

La carta sposta tutto il peso della giustizia dalla formula della condanna a quella del recupero (oltre che della prevenzione), tenendo sempre presente l’impossibilità, in assenza di confessioni, di esprimere sentenze infallibili.

Un altro punto importante nell’ambito della giustizia è l’introduzione delle figure incaricate della difesa e dell’accusa del processato. Non può chiamarsi giustizia una procedura che consenta al più ricco di pagarsi un avvocato migliore. Il concetto stesso di giustizia "migliore” è un controsenso! La difesa deve essere garantita con gli stessi mezzi a chiunque ne abbia bisogno, senza tenere conto delle sue disponibilità economiche o di altri fattori.

Superfluo ribadire che nella nuova etica della carta è considerato inammissibile ed assolutamente immorale esercitare il potere di condannare a morte un proprio simile. Questo potere, assieme alla tortura ed alla schiavitù appartengono ad un comportamento sociale indegno del genere umano.

Autore: Enrico Riccardo Spelta


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