Nuova cultura di destra




PER UNA NUOVA CULTURA DI DESTRA

Le due Italie: un regresso spacciato per progresso.

Per una nuova cultura di destra L'unica Italia in cui posso riconoscermi è quella dei Cavour, dei D'Azeglio, dei Sella, degli Aosta, del prefetto Mori, dei Diaz, dei D'Annunzio; e non quella dei Togliatti, degli Sturzo, dei Mattei, dei Pertini, dei Sindona, dei Vasco Rossi.

Mi riconosco nell'Italia lavoratrice e ospitale, stracolma di tesori d'arte e di cultura, l'Italia dei "colli per vendemmia festanti e le convalli popolate di case e d'oliveti", l'Italia onesta e risparmiatrice, nella quale le chiavi di casa venivano lasciate fuori sulla porta.

Non c'entro nulla con l'Italia incivile e invivibile degli immigrati pregiudicati, dei centri sociali e dei balordi, dei pub e delle discoteche, dello spaccio e della prostituzione, della cementificazione e della criminalità organizzata, di tangentopoli e concorsopoli, dei sottosegretari e degli assessori, del clientelismo e del voto di scambio, delle tasse e dei milioni di dipendenti pubblici: questa Italia io non la voglio, di un paese ridotto così non so che farmene.

E capisco benissimo quelle famiglie sufficientemente benestanti, ma prive di potere, anche solo locale, che stanno programmando la fuga in Svizzera o in qualche altro paese civile, o che, numerose, tale fuga hanno già attuato. Esse sembrano dirci: "Questo pattume godetevelo voi”.

Può la cultura reagire a questo degrado, a questa decadenza? L'Italia e l'Europa hanno bisogno di svecchiare la cultura di destra, rimasta fondamentalmente statalista, hegeliana e bismarckiana, hanno bisogno di meno stato e più mercato, di meno politici, amministratori e burocrati, e di più imprenditori, investitori, speculatori, di tutti coloro che producono ricchezza. Non capisco la follia di coloro che, pur rendendosi conto che lo stato è uno strumento oggi in mano a famiglie di scadenti potentati, vogliono conferire a questo stato-strumento più poteri, più funzioni, più tasse, più soldi, contro gli interessi della propria famiglia. E' come darsi la zappa sui piedi.

E non ho usato casualmente il termine "speculatori”, il cui significato qui in Italia viene costantemente e volontariamente falsato allo scopo di perseguire precisi interessi economici di parte.

Tra il vecchio pattume ideologico cattocomunisteggiante che affligge certa destra statalista vi è infatti anche un astio ingiustificato verso il mondo della finanza, una delle poche oasi di libero mercato rimaste, dove gli speculatori sono coloro che rendono possibile l’interscambio al miglior prezzo di merci e valori, così svolgendo una funzione benefica e indispensabile per l’economia.

Questo odio contro i lavoratori del settore della finanza viene costantemente e pervicacemente instillato dai mass media al soldo della grande industria assistita, quella che ripiana i propri bilanci in rosso coi soldi di noi contribuenti, e che vede la libera concorrenza come il proprio peggior nemico. Per capire il divario di mentalità cogli USA, lì investitori e speculatori privati sono considerati degli eroi, perché rischiano in proprio.

Alla nostrana grande industria assistita e quindi statalista, antiliberista, piacciono invece le grandi banche di regime, sempre rifinanziate dallo stato, e gli amministratori delegati dai compensi milionari che non posseggono un’azione delle imprese che dirigono, ma che eseguono così bene gli ordini delle famiglie padrone.

In Italia abbiamo una strana genia di famiglie dominanti: sono per lo più famiglie padrone di grandi gruppi imprenditoriali, eppure vogliono far soldi non combattendo liberamente sul mercato, ma controllando e sfruttando lo stato e il fisco. E così ben oltre metà della ricchezza che ogni giorno produciamo se ne va in tasse. Per tenersi al potere queste famiglie di padroni devono stipendiare politici, amministratori, burocrati, impiegati di enti inutili, che vendono loro il consenso. Il bello è che li pagano coi nostri soldi, coi soldi di noi contribuenti.

In cambio, ci fanno vivere, tartassati, in un inferno di clandestini, di spaccio, di prostituzione, di leggi vessatorie, di criminalità, di locali notturni, di centri sociali, di inquinamento e rumori.

Ma chi ha la colpa principale in tutto ciò? Quanto vale il popolo, il cittadino italiano medio? Quanto il popolo vuole realmente liberarsi dalle sanguisughe che degradano la qualità della sua vita? Il popolo possiede quell’intimo attrezzamento culturale che gli darebbe il potere di reagire?

Chi delega potere perde potere. Chi si fa amministrare arricchisce l'amministratore e impoverisce se stesso. La democrazia formale delegata è una finta democrazia: è fin troppo facile per le famiglie al potere controllare e pilotare le elezioni.

Tali famiglie hanno a disposizione l'apparato partitico-burocratico, il clientelismo e il voto di scambio, mediante i quali stabiliscono chi deve essere messo in lista e chi risulterà sicuramente eletto. Il peggio è che alle famiglie padrone questo apparato clientelare e parassitario non costa un centesimo: glielo paghiamo noi contribuenti con le tasse.

E' quindi necessario inventarsi nuove forme di democrazia diretta e partecipata. Perché, se accettiamo tutto l’attuale marciume, e pensiamo al calcio, alle discoteche, alla mina del sabato sera, al mostro in prima pagina, o a qualsiasi irrilevante contingenza con cui distraggono la nostra attenzione, come possiamo definirci?

L’antidoto all’attuale degrado è culturale, è il massimo di rispetto e di tutela della proprietà privata, e la più ampia libertà di entrata sui mercati, il più ampio spazio per intraprendere liberamente attività produttive, senza alcun tipo di vessazioni burocratiche, fiscali e stataliste.

Lo stato pensi all'ordine pubblico, oggi per lo più volutamente reso inesistente, e a difendere i confini dalle massicce invasioni straniere in atto di immigrati clandestini, che rendono città, paesi e campagne invivibili, e spingono i prezzi delle case, in acquisto o in affitto, alle stelle.

Quando discutiamo di potere e di ricchezza della nazione, abbiamo il dovere etico di essere seri, pragmatici, e di guardare alla realtà, senza farci istupidire da obsoleti pregiudizi demagogici e soprattutto ideologici.

Nel parlare di economia sono solito far riferimento alle teorie di politica economica della destra pragmatista e liberista americana, da Norquist a Ron Paul, da Von Hayek a Hoppe, da Goldwater a Buckley.

Amici di destra leggono queste teorie e non le capiscono, le giudicano troppo di destra o troppo di sinistra, troppo moderate o troppo estremiste e rivoluzionarie. Eppure in USA esse sono il pane quotidiano di chiunque abbia il buon senso di interessarsi di politiche economiche e fiscali, ovvero di tutelare i soldi che si è sudato e le sue proprietà, in primis nei confronti dello stato.

Sarebbe anche ora di superare questa obsoleta contrapposizione tra destra e sinistra. Oggi l’unica differenza tra destra e sinistra è che obbediscono a differenti cosche di famiglie padrone. La contrapposizione tra destra e sinistra è irreale, rilevante per il futuro delle nostre famiglie come la contrapposizione tra due squadre di calcio.

Il superamento di tale contrapposizione consiste nel togliere soldi e potere alle famiglie padrone dello stato, riducendo drasticamente tassazione e spesa pubblica, da tali famiglie padrone controllate. Il superamento di tale contrapposizione è un nuovo liberismo marcatamente privatista, regolato tramite forme evolute di democrazia diretta.

Ma attenzione: il vero liberismo non è quello di politici, professori universitari, superburocrati, tutta gente pagata coi soldi dello stato, coi soldi di noi contribuenti, quindi tutta gente statalista per natura e per definizione.

Il vero liberismo ha come veri e unici protagonisti quei cittadini, imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti del settore privato, che ogni giorno combattono liberamente sui mercati, e, producendo ricchezza, tengono in piedi l'intero sistema. Siamo noi ceti produttivi il liberismo.

Gli altri, politici, professori universitari, superburocrati, quelli che non producono nulla se non ideologie e chiacchiere, stipendiati con la ricchezza prodotta da noi e non da loro, sono liberisti a chiacchiere, appunto. Molta gente dovrebbe riflettere sulla propria inutilità.

Ma consideriamo il luogo deputato agli studi di cultura politica ed economica: le scuole e le università italiane, quasi tutte stataliste e di sinistra, troppo spesso piene di docenti di dubbio valore e selezionati con metodi clientelari.

I docenti entrati vincendo un regolare concorso, senza imbrogli e raccomandazioni, per puro merito, una volta visto l'ambiente, quando hanno il coraggio di rinunciare al sicuro ma deprimente posto pubblico, si dimettono. E quei dipendenti pubblici che invece tirano a campare, o ad appropriarsi di più soldi pubblici possibile, sono, per natura e per mediocrità, statalisti.

Ecco il perché della silenziosa censura verso gli autori liberisti: Menger, Von Mises, Von Hayek, Rothbard, Hoppe, Huerta De Soto. Al massimo si studiano superficialmente Milton Friedman e Arthur Laffer, ma solo per farne bersaglio di critiche. E' l'oscurantismo culturale di regime.

E’ noto che gli Italiani leggono poco libri e giornali. Eppure "sapere è potere”, la cultura è la prima arma di difesa, serve a rendersi conto di ciò che ci accade realmente intorno, di come "funziona” la società in cui viviamo. Fregarsene vuol dire mettersi nelle mani di altri, del potere. Se non ti occupi di politica, la politica al soldo delle famiglie padrone si occuperà di te, in primo luogo togliendoti buona parte della ricchezza che hai e che ti sei sudato.

Il prelievo fiscale "ufficiale”, dichiarato, è prossimo a metà del reddito prodotto, quello reale è molto più alto, siamo ai tre quarti, e senza contare gli altri strumenti di proletarizzazione: inflazione, debito pubblico, spesa pubblica pilotata…

Mi domando e vi domando: per chi lavoriamo e produciamo ricchezza? Per noi e la nostra famiglia, o per famiglie altrui che si comprano il consenso e fanno la bella vita coi nostri soldi?

Il genere umano, oltre che in lavoratori e parassiti, in gente onesta e disonesta, si è sempre naturalmente diviso in padroni e servi, dominanti e dominati, governanti e governati. Quindi abbiamo padroni e lavoratori onesti da una parte, e dall’altra padroni, boss, e loro servi parassiti, ladri, delinquenti.

Anche coloro che non credono nelle schematizzazioni astratte, riconosceranno che questa differenziazione tra chi produce ricchezza e chi ruba, per lo più tramite lo stato, la ricchezza prodotta dagli altri è la fotografia immacolata delle due Italie oggi coesistenti.

E questo indipendentemente dal fatto che chi produce ricchezza sia il padrone o il dipendente o il lavoratore autonomo. Le obsolete distinzioni fra padroni e lavoratori, fra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti, ormai le predicano solo i sindacati di regime, per giustificare la propria sopravvivenza inutile e parassitaria, per nascondere il fatto che quando affermano di rappresentare i lavoratori nel caso migliore suscitano ilarità.

Il dominante che si impone per i suoi meriti e le sue capacità viene spontaneamente riconosciuto come governante, e cura la qualità della vita dei governati come se fosse la propria.

Il dominante di infima qualità, quello che si impone con la violenza, col crimine, col furto, con l’inganno, mantiene invece i governati nelle peggiori condizioni possibili, perché sa che peggiore è la qualità di vita dei governati, tanto meglio è per lui.

Il governato, il cittadino qualunque, che si affanna a sopravvivere nel degrado ambientale, familiare e personale in cui il cattivo padrone lo fa esistere, non riesce a trovare le energie per cacciare il cattivo padrone dalla greppia. E per questo il cattivo dominante sembra eterno, potente e non abbattibile, quando in realtà cacciarlo sarebbe facile, basterebbe che il popolo mostrasse volontà, iniziativa, organizzazione, fermezza e perseveranza, e tenesse di più i soldi che si è sudato dentro le proprie tasche, invece di farseli estorcere senza reagire.

I dominati che rimuovono dalla loro mente ciò che è sgradevole, che si rifugiano nell’inanità, nell’indolenza, nell’ironia, nel lasciar correre, nel "ma che ce frega, ma che ce 'mporta”, sono i migliori alleati del cattivo padrone. Per loro sono stati costruiti stadi, discoteche, centri commerciali. Per mantenerli stupidi e inoffensivi servi.

Eppure chi è una persona seria, ricco o povero che sia, chi si alza ogni mattina per andare a lavorare e produrre ricchezza, dovrebbe pensare costantemente a difendere sé stesso, il suo patrimonio, la sua famiglia, i suoi figli.

Dovrebbe pensare in primo luogo a riappropriarsi del territorio in cui vive, anche, perché no, mediante ronde notturne e diurne, e comitati di quartiere autogestiti. Per cominciare.

Inutile delegare, inutile aspettare che altri ci risolvano i problemi. Se, lasciando da parte pregiudizi ideologici, non li risolviamo da soli organizzandoci e coalizzandoci tra gente onesta e lavoratrice, nessuno ce li risolverà.

Avv. Filippo Matteucci

Avv. Prof. Filippo Matteucci:
Austrian Privatist Economist and Anarcho-Capitalist Libertarian Theorist
Teorico della democrazia turnaria e dell’economia privatista.
Esperto in diritto costituzionale, scienza delle finanze, mercati e strumenti finanziari, contrattualistica, diritto di famiglia.

E' stato docente di:
Discipline giuridiche ed economiche
Scienza delle finanze
Contrattualistica internazionale
Legislazione sociale
Legislazione dei beni culturali






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