Simboli del femminile





Simboli del femminile

La "totipotenza" dell'archetipo femminile nell'arte personale ed il Principio Divino Femminile "totipotente" dell'antichità.

di Enrico Gherardi

Si chiede Jung: "Quale immagine primordiale sta dietro le rappresentazioni dell'arte?" E poi afferma: "Ogni uomo porta in sé l'immagine eterna della donna, non di una determinata donna, ma l'immagine del femminile" (C.G. Jung:"Seelenprobleme der Gegenwart", Rascher).

enrico gherardi Simili opposteCapita, anche se non spesso, che alcune persone mi chiedano il motivo per cui nella mia creazione grafica o pittorica siano spesso rappresentate divinità femminili della religione politeista, o donne potenti, figure centrali comunque, contornate a volte da simboli o da altri personaggi femminili (quasi come un "mandala"), oppure perché siano spesso rappresentate donne che si amano (a coppie od in numero maggiore, persino in una quantità infinita, aggregate in un'orgia sterminata, senza confini, nel senso che supererebbe persino i contorni dell'opera), abbracciate in rapporti sessuali od in lotta, anche violenta.

Verrebbe da rispondere: perché personalmente lo trovo bello, intrigante, anche perché vi trovo piacere, ovviamente, nel crearle e nell'osservarle; oppure perché il rapporto fra due donne ha, per molti uomini, un intenso significato erotico; o ancora per un profondo simbolismo arcano e personale, intimo, un'immagine che mi ha sempre "perseguitato" e che ho deciso di replicare in più opere, spinto da un bisogno impellente; ed in ultima analisi, perché non mi autocensuro più.

In molti disegni le due donne sono simili come gemelle (spesso l'unica differenza risiede unicamente nel colore dei capelli - rossi contrapposti a neri, oppure una è bionda e l'altra è mora, o ancora di frequente entrambe, o tutte la appartenenti ad un'intricata aggregazione, sono scure di capelli, immagini speculari l'una dell'altra) e cercano sempre di fondersi, tramite un atto d'amore o di lotta, dolcemente o perversamente, in una produzione di opere ripetitiva, di ritratti di coppie femminili aggressive e spesso arpiesche, che s'accingono a fondersi in modo surreale o a divorarsi, cannibalizzandosi a vicenda, o reciprocamente aggrovigliate, tanto che a volte le membra dell'una si avvolgono attorno a quelle dell'altra, trasformandosi in tentacoli. A volte ne risulta un groviglio inestricabile di giovani donne, indissolubilmente e volontariamente fuse e con-fuse, in un erotico e crudo intreccio d'amore e morte. O per poi rinascere in un'unica donna?

Questo è quanto appare sui fogli.

Un inciso sulle lotte sessuali. In alcune specie ittiche avviene una lotta fra pesci maschi, che pur di non far ingerire acqua ossigenata all'avversario, ne tengono chiuse le labbra con le proprie, impedendo anche se a sé stessi di respirare e provocando la morte d'entrambi i contendenti: un bacio mortale che li lega per sempre. Così pure il groviglio inestricabile delle lotte d'amore degli orbettini. Ma torniamo all'intreccio femmineo.
"Questa immagine," continua Jung, "è inconscia […] sintesi di tutte le esperienze ancestrali del femminile" (Jung, op. cit.).

Il motivo
. Da qualche anno ho deciso di non censurarmi più, né nella creazione letteraria, né in quella grafica. Non volevo più nascondere nulla (come capita nell'infanzia, ritenendosi strani).

Ne sono usciti racconti per lo più di fantascienza o surreali, dove le protagoniste femminili ne risultano prepotentemente dominanti e, per quanto terribili e crude, infine dalla storia ne escono vincenti. E vincente è il loro stile di vita e la loro filosofia (o religione).

Sembra che nell'immaginario personale il femminile sia doppio (o multiplo) e che cerchi disperatamente di riunirsi e di fondersi, sia dolcemente con amore, sia violentemente, quasi ingoiandosi vicendevolmente, anche, come già espresso, in modo surreale, persino tramite un organo sessuale trasformato in bocca vorace.

È un autodivoramento, una ri-unione di coppie gemelle, sorelle amanti o nemiche che vogliono prevalere una sull'altra o maliziosamente congiungersi e finire l'una nell'altra, consapevoli del fatale esito, ma desiderose del corpo dell'altra o della reciproca morte, colme di una folle volontà istintiva, nonché accecate da un'inspiegabile bramosia.

È ovvio che tali immagini hanno un contenuto intrigante - se non palesemente erotico - che spinge l'osservatore a immaginare cosa capiterà un attimo dopo; e spesso piacciono proprio alle donne. C'è da dire che al sottoscritto fa piacere produrre queste creazioni, piuttosto che nell'osservarle appese ai muri. Meglio guardarle con parsimonia. Ma il crearle e il farle sgorgare dall'intimo è a volte per me impellente, un bisogno urgente e atroce, quasi che nel desiderare quell'icona io mi autoritragga come una delle due amanti o rivali, in amore o in lotta. È, in effetti, una lotta infinita. enrico gherardi Amalgamanti

Come dicevo, ho deciso di non censurarmi più (anche se è sempre rischioso rendere pubblico il proprio intimo), proprio perché ritengo incensurabile ogni opera d'arte, qualunque essa sia. Poiché sarebbe come negare la creazione artistica (questa sarebbe perversione!). Sarebbe come mettere i mutandoni ai Bronzi di Riace o togliere dei canti e alcune righe alle poesie di Saffo o di Catullo! Non che voglia paragonarmi a costoro, così grandi! Ma ritengo anche lo schizzo di un bambino una preziosa creazione artistica (anzi, di più, proprio quella è la vera arte inconscia e pura, senza censura, poiché non mediata dalla cultura perbenista, tanto che proprio i disegni dei bimbi sono usati dagli psicologi per capire i problemi ed i conflitti familiari).

È giusto perciò rifiutare ogni bigotto moralismo, e cerco di essere amorale, poiché proprio il giudicare e censurare una creazione artistica, ripeto, è la vera perversione! Sarebbe sicuramente la dimostrazione d'aver dei problemi col proprio inconscio, in tal caso sicuramente represso, così com'è purtroppo normale che succeda da qualche migliaio d'anni.

Ma perché proprio a me spetta ritrarre queste donne amanti, lottanti, arpie o deliziose contendenti fra loro? E dico spetta a me, poiché, ricordate, l'arte è sempre una missione! Da quando crearono rime i vati, i profeti, e scolpirono immagini nella roccia gli sciamani. Quale archetipo, quale zona inconscia, quale divinità (in senso archetipico) comunica attraverso di me? Che cosa vuole dire?

A questo punto entrano in ballo gli archetipi dell'inconscio collettivo.

Ho già scritto altrove (Riflessioni su "La vana fuga dagli Dèi") del mio sogno archetipico in cui m'è apparsa la dea Artemide e mi ha parlato; è successo circa trenta anni fa. Qualche immagine del sogno: una ragazzina dall'aspetto indio, come scolpita nell'aria, dai capelli neri lunghi fino al collo (già apparsa come ragazze simili in molti miei sogni, da giovane), mi appare come guida, mentre vedo la Baja California (Messico) su una carta geografica. Vedo una grotta. Apprendo dalla dea che loro (gli indios?) la chiamano Kunina (strana coincidenza questo nome della dea, somigliante a quello della divinità dell'antica Roma, Cunina, che badava agli infanti nella culla e li cullava, o cunava - fra l'altro nel dialetto ferrarese "cunar" significa "cullare"). Entro nella grotta e riconobbi subito la grande Dea Artemide, che era enorme, distesa, bendata come una mummia egizia con le braccia incrociate sul petto, legata, e con il copricapo egizio (o da suora, come la Madonna) con in cima le corna lunari e sulla fascia, in fronte, i tre simboli delle fasi lunari: ( O ), ma il cerchio interno (la Luna piena) era diviso verticalmente a metà (proprio un simbolo femminile, come la Φ (Fi) greca). Ella mi parve dire, piangendo: "Guarda come mi hanno ridotto!".

Ecco: Lei, precedentemente, nei culti antichi del Principio femminile, vergine e madre del mondo e degli dèi, nuda e libera nelle selve, come le sue ninfe e le sue sacerdotesse, Signora degli animali; invece ora: legata e costretta in una grotta, nascosta nel buio dell'inconscio; il Principio femminile, relegato e schiavo, bendato e coperto pudicamente, come la Vergine Maria, ora castrato e non più all'apice della propria Potenza. Relegata dagli dèi maschili (Zeus, Apollo…) prima in secondo piano, poi dal Dio unico dei cristiani cacciata dall'Olimpo e dalla fede, dalla ragione e dalla religione, anche se vi rientra come madre di Gesù, ma portando in dote un unico modello esistenziale femminile: quello di madre casta e pudica, tutta coperta come un'islamica; il sesso non esiste più, anche se, solo velatamente, in relazione con lo Spirito Santo.

Quale differenza con i molteplici modelli femminili proposti dal politeismo, poiché non solamente una donna poteva scegliere di essere una madre (Gea-Gaia), o un angelo del focolare (Hestia-Vesta), e aver dei figli, come molte dee, ma avere anche come riferimento nell'immaginario personale la guerriera e la saggia (Athena-Minerva), la libera selvaggia (Artemide-Diana), la strega (Ecate o Persefone) o l'amante lussuriosa (Afrodite-Venere), e quant'altro.

Torniamo a noi e all'argomento di questa riflessione personale. Perché proprio a me è apparsa la dea? Era proprio Artemide, visto che i simboli descritti, mai io li avevo visti allora, e solamente da due anni ho appreso che forse appartengono al sacerdozio femminile della Luna nera (Lilith). E perché mi ha lasciato quel messaggio? Mi son sempre chiesto come potessi aiutarla.

Una psicologa, mia amica, è rimasta perplessa dopo aver ascoltato questo sogno e mi ha detto: "Tu sei in contatto con forze profonde che neanche le donne sanno di avere."
enrico gherardi Il Doppio e la sua rivelazione
È una soddisfazione? Non molto. Ma il punto importante è questo: "Che neanche le donne sanno di avere!" Un buon punto di partenza: fare sapere alle donne cosa c'è in profondità (anche nella loro) e far sapere pure che cosa esso pronuncia: "Guardate come siete ridotte!" In fondo è questo, allargando così la prospettiva. Oltre al riflessivo: "Come sono ridotto!" Infatti. Noi maschi compresi! Poiché già ci siamo ridotti male con le nostre stesse mani, qualche millennio fa, strapazzando il Femminile e le sue forme concrete: la donna e la Natura.

Perciò: io messaggero della Dea per le donne? Un'esagerazione…Non mi pronuncio e non oso dire o congetturare di più. Sarei un Pizio: una Pizia al contrario (la Pizia dava agli uomini gli oracoli di Apollo). Scusate la battuta.

Risvegliare le donne; risvegliarle alla loro vera immagine interiore che dall'antichità fu repressa; ed esse stesse reprimono e, devo confessare, molte rifiutano, non credendo assolutamente d'essere superiori, nella funzione sciamanica, quindi religiosa, nel potere sociale e politico, agli uomini. Eppure è indubbio. Nelle tradizioni culturali di tutti i popoli del mondo vi sono tracce dell'antico matriarcato, soprattutto tracce religiose. Era comune la società matricentrica e metrilineare (Totem-cognome tramandato dalla madre). Poi gli uomini hanno fatto un colpo di stato, 10.000 anni fa (come afferma lo sciamano Don Juan a Carlos Castaneda, rivelando l'esistenza di una società matriarcale anche nell'antica Mesoamerica). E da 10.000 anni, da quando il maschio domina nella politica, nella fede religiosa, in ogni ambito famigliare e sessuale, vediamo come va il mondo: problemi fra i popoli (guerre), problemi con Madre Natura (inquinamenti e probabile prossima distruzione del pianeta), problemi familiari (una goduria per avvocati e psicologi) e problemi sessuali, delle femmine a causa della morale cristiana che le ha rese estranee persino al proprio corpo, dei maschi a causa della repressione ad esprimere i propri sentimenti (cose NON da maschi!) e della convinzione che ritiene la donna una partner da sottomettere.

Ovviamente anche molte donne fomentano questa loro sottomissione e presunta inferiorità, e spesso proprio imitando il maschio nello stile di vita, nella vita sessuale (apparendo più libere, ed essendo in realtà più sfruttate - è noto di quante donne si sentano esauste, dopo aver conosciuto molti uomini…) e nella vita politica.

Le prove
? Ho già scritto altrove delle Veneri gravettiane, questi idoli esclusivamente femminili che indicano nella Dea Madre il primo culto ed il primo Principio Divino apparso nell'umanità, addirittura, si potrebbe dire, oltre la nostra stessa specie, visto che un recente rinvenimento di una venere è stato riferito ad un sito neandertaliano. Un culto femminile veramente antico!

Ma non basta. Le ricerche archeologiche hanno portato alla luce un substrato indo-mediterraneo, precedente all'arrivo dei popoli indoeuropei maschilisti e probabilmente simile ad altri substrati con diffusione mondiale, di popoli con culture e religioni matriarcali e matricentriche.

Lo studioso K. Kerényi scrive di un culto dell'arcana e misteriosa civiltà minoico-micenea, soprattutto a Creta, di una Dea Madre, divinità principale, a detta dei greci corrispondente a Rea (vedi "Dionysos" di K. Kerényi, ed. Adelphi). Dagli affreschi ne risulta un mondo dominato dalle epifanie di questa Dea, circondata e adorata da sacerdotesse. Nello stesso testo, Kerényi comincia un excursus partendo da Arianna, nella sua reale identità di dea dell'amore (l'Afrodite-Venere dell'antico Egeo e dell'Anatolia), molto più importante dell'Afrodite nata dal mare, figlia di Urano, e accolta da Zeus sull'Olimpo. Anzi, questa antica dea dei riti sessuali ha anche aspetti oscuri ed inferi (amore-morte) che la ravvicinano a Persefone (Regina degli Inferi - Regina come Rea, come l'infera Medea, come l'altra cretese Pasifae, sorella di Circe, un'altra Regina degli Inferi, dove vi spedisce Ulisse) e come Persefone con l'aspetto di figlia, rispettando un mitologema senza tempo, in un ripetersi di identità fra madre e figlia, ossia Demetra (Dea Mater) e Persefone; Selene (Luna) figlia di Leto l'oscura (Luna nera), a sua volta figlia di Febe (dalla corona d'oro), fino alla madre Gea-Gaia (Madre Terra) e alla madre di questa, la madre di tutti gli dèi: la Dea Notte (Nyx), che ha partorito l'uovo cosmico (l'origine di tutto, in un processo simile al Big Bang).

Quindi la prima fu una femmina - Nyx - e da questa c'è un ripetersi di madre e figlia, quasi identiche e susseguentesi ciclicamente l'una con l'altra (estate-inverno: Demetra con la figlia, poi senza figlia, poiché le viene rapita). In un rapporto di amore, ma anche di odio. Quando Medea va a trovare Circe (sua zia) per chiedere conforto dopo aver assassinato il fratello Ariete, Circe le esegue un rituale, ma la disapprova, perché lei non è mai arrivata ad uccidere gli uomini, al massimo a trasformarli (in porci: quali diventano gli uomini di fronte alla malia e alla bellezza femminile). Ma entrambe sono simili a maghe iniziatrici; meglio: streghe-sciamane, che iniziano gli uomini tramite riti sessuali (Ulisse giace con Circe) o tramite lo squartamento (Medea), o ancora tramite la trasformazione in animali (Circe) - Vedi K. Kerényi: "Le figlie del sole", Ed. Bollati-Boringhieri.

È questa la ricerca del totem e la rinascita, dopo la prima morte (quella rituale), nei culti preistorici, ovviamente.

Per Arturo Schwarz, in "La donna e l'amore al tempo dei miti" - Ed. Garzanti - tutte queste dee rappresentano l'Eterno Femminino, con le sue caratteristiche fisiche, bellezza e luminosità, e le sue virtù iniziatiche e salvifiche. La donna, quindi, depositaria dei misteri (le donne, incomprensibili e astute, per gli uomini - come Athena) e soprattutto dei misteri della sessualità e dell'amore. Una conoscenza associata alla notte, ma non al buio, bensì alla luce notturna del cielo stellato. Come la dea vedica della notte, Rātrī, "colei che con la luce scaccia le tenebre". E "il sesso come mistero e come la fonte più profonda dell'esperienza religiosa" (Jung: "Ricordi, sogni, riflessioni", ed. Rizzoli), e ciò già dalla profonda preistoria, risalente addirittura ai pre-fanerantropi di 400.000 anni fa.
enrico gherardi Brazil - Sangue e Arena
Tra gli Ainu, continua Schwarz, la dea del fuoco, Fuji o Abe Kamui, ha come manifestazione la donna. Alle Hawaii è la dea Pele; in Melanesia è Malekula; in Nuova Zelanda è Mahuea, che scopre il fuoco e sua figlia Hina lo trasmetterà agli uomini. In Australia l'antenata mitica è la Donna-Sole; in Giappone la creatrice dell'universo e della vita è Amaterasu (detta anche Hirume: "Donna del sole" - una sciamana del culto solare?); nell'Assam (Viet Nam) è Ka Sugi; in Arabia (premaomettana) è Al Lāt; fra gli Ittiti era Arinna (come fra gli Hattici della Palestina), nota anche come Arinitti e Wurusemu e nel Vicino oriente come Hepa, Hepat, Hebat, Hebatu, Kupapa. Un'analoga identificazione col sole si ha nei versi eddici della Völuspà islandese; così nelle Americhe, sino al sud argentino, con Akewa, venerata dai Tòba. Tornando in Asia, nella Valle dell'Indo, risaliamo ad Harappa, e troviamo Usas (l'Aurora) e Vāc, associate alla conoscenza e all'amore, immagini della Devī (in sanscrito significa "splendente"). Presso gli Iacuti (Siberia) la grande dea è Ayisit (Madre Natura); presso i Kacini (Altaj) è Umai; per i semiti della Mesopotamia era Ishtar (Assiri e Babilonesi): "Luce dei cieli", identificata col pianeta Venere, con Inanna dei Sumeri; l'iraniana Anahita ("preparatrice del seme maschile e femminile"), imparentata con la fenicia Anath e la sua parente Astarte ("che prepara il seme degli uomini ed il grembo di tutte le donne"). Per quest'ultime dee si conservava spesso un fuoco eterno (fuoco-seme) e, come per Astarte, Anahita e Afrodite, il culto comprendeva la prostituzione sacra. Simili comunque alla Iside egizia e alla Cibele anatolica. Associate al fuoco erano Afrodite (rito della Pyre), così Astarte e Eos (Aurora, come l'Usas indiana) e pure Hestia (Vesta a Roma), Cibele e Demetra. In Egitto c'era Hathor, dea dell'amore, del cielo e della saggezza, rappresentata come una vacca (come la Vāc vedica), come la Grande Madre.

Poi Kadesh, leonessa e dea della vita erotica, con in mano fiori di loto, uno specchio e due serpenti, così come leonessa appare anche Pārvatī, compagna di Shiva in India. Così Cibele, seduta su di un trono con ai lati due leonesse (la criniera del leone e le sue fauci spalancate sono l’emblema del pube femminile. Solo più tardi, quando le società patriarcali svilupparono concezioni misogine, nel pelo leonino è stata proiettata l’immagine raggiata della corona solare, immagine più maschile. Non deve stupirci la banalità dell’attribuzione sessuale, l’idea dell’antro genitale femminile è insita nel nome stesso di Cibele, che significa grotta, e le sue effigi erano spesso all'interno di antri e fessure delle pareti rocciose, enormi vagine). Così è la dea Mawu, fra i Fon del Dahomey; così Freyia, dea scandinava della vita e della morte, dell'amore, della magia, del fuoco dei fabbri. Sua figlia è Hnoss (gemma). Il suo nome deriva dal sanscrito "prī": "amare, deliziare", quindi simile a Priyā (suo nome originale): "amata, amante, sposa". Veniamo alla più significativa divinità del pantheon azteco: Coatlicue ("Stella che brilla"), creatrice dell'universo, madre di tutte le divinità, è la somma saggezza. Sua figlia Coyolxauhqui diventa la Luna, e l'altra figlia, Xochiquetzal, Signora della sensualità femminile e del piacere sessuale, rivela alle donne la bellezza dell'amplesso, insegna le arti, rivela il carattere ciclico della natura, la trasformazione, insegna che l'unità sottende ad ogni dualità. È la polarità maschile-femminile, vita-morte, ha perciò un carattere ambivalente, conforme al modello archetipico della Grande Madre.

Dopo questa lunga digressione, avviciniamoci al dunque.

Presso alcuni popoli pellirosse le prime divinità che danno origine agli uomini sono due sorelle. Fra i Navaho le due sono Estsan Atlehi (Donna mutevole, detta anche Dama di Turchese) e Yolkai Estsan (Dama di Conchiglia bianca), creatrice della vita e dell'amore. Ma per i Navaho il turchese sta per luce solare e organo maschile e la conchiglia bianca per luce lunare e organo femminile. Quindi Donna Mutevole pare sdoppiarsi, sia in Dama di Turchese, con caratteristiche androgine, ambivalenti, di vita e di morte, come nella vegetazione; sia in Dama di Conchiglia bianca, l'aspetto lunare. Nella sua completezza Donna Mutevole viene fecondata dal sole, ma rappresenta un mistero insondabile, poiché crea la vita dal nulla, da sé stessa. È androgina e ambivalente, caratteristiche classiche ed archetipiche della Dea Madre.

L'Artemis Efesia, Grande Madre di origine orientale, ha anche il fallo. Del resto Artemide (Dea notturna e lunare) ama le donne, ed è innamorata della sua ninfa preferita Callisto ("la più bella"). Un mito racconta che Zeus (il solito dio violentatore ed incontenibile, come quasi tutti gli dèi maschi dei miti classici) la vuole possedere, la bellissima ninfa, e per riuscire ad avvicinarsi a Callisto prende le sembianze di Artemide. Ma pare che il mito originale, più antico dell'ingombrante arrivo di Zeus, ammetta che Artemide stessa, essendo sessualmente ermafrodita, rese incinta Callisto. Bizzarro? Evidentemente non per gli antichi mediterranei pelasgici pre-indoeuropei, per i quali nel femminile originario era contenuto anche il maschile.

Non stiamo ora ad enumerare tutte le dee - le più antiche - che hanno caratteristiche sessuali bivalenti. Basta citare la Gorgo e Lamia, alter ego di Ecate. In India una Dea Madre è adorata dalla casta degli Ijra, composta solamente da ermafroditi e transessuali. Di solito vivono in castità, essendo adibiti/e a funzioni sacerdotali. Un vero terzo sesso con dignità religiosa e rituale! Aggiungiamo comunque la dea Lilith. Infine, possiamo pure aggiungere che proprio la Dea Madre primigenia possiede questa androginia, inoltre è sempre solitaria (non ha il partner come le successive dee olimpiche), e spesso l'unico amante giovane che ha, che è poi suo figlio, muore evirato (Cibele e Attis, Afrodite ed Adone, Ashera (Anath o Astarte) e Baal, Ishtar e Tammuz, Inanna e Dumu-zid. Poi (anche se è un'altra storia): pure Iside cerca il fallo di Osiride). I sacerdoti di Cibele, i Coribanti, donavano alla dea la propria virilità, quand'erano al colmo dell'estasi. Come i transessuali indiani già citati. Un caso? L'uomo deve diventare donna per assurgere al massimo grado spirituale?

Nell'iniziazione rituale dei giovani maschi in alcune tribù della Nuova Guinea, si esegue un taglio in mezzo allo scroto dei giovani, mettendo a volte a rischio la loro fertilità. Perché devono diventare anche donne? Citiamo ancora Don Juan. Questo racconta a Castaneda di quando, per diventare uomo di conoscenza, il suo benefattore (lo sciamano) lo costrinse, insieme agli altri adepti, a vivere per alcuni mesi con abbigliamento femminile, studiando ed imitando gli atteggiamenti delle donne, poiché questo aiutava a smuovere il "punto d'unione" (era come scristallizzarsi dalle abitudini mentali, dai moduli fissi). Comunque fu per lui un'importante esperienza sulla via della conoscenza. Per il suo maestro era fondamentale diventare esseri fluidi. In un altro passo lo sciamano racconta che le streghe sono molto più potenti e terribili degli stregoni, poiché la donna ha un organo sessuale rivolto direttamente verso la terra e ne cattura così l'energia. È come una batteria… L'uomo dovrebbe farsi un taglio in basso, nell'inguine, per essere al suo stesso livello - scherzò Don Juan. Ecco perché il taglio sul sesso nel rito degli aborigeni papuasici?
enrico gherardi Rapimento ed estasi
Mentre l'uomo ha come caratteristica - nello sciamanesimo tolteco - la sobrietà ed il contesto, la donna è come pazza, "fighe scervellate" le chiama Don Juan per farle incazzare; l'uomo comunque è più rigido, mentre la donna è più fluida e riesce facilmente a controllare i sogni. "L'uomo ha bisogno di giri di parole, noi donne riceviamo la conoscenza direttamente! Ma siamo anche compiacenti" (Florinda Donner-Grau in  "Interviste a C. Castaneda - Si vive solo due volte", Stampa Alternativa).

Nel territorio della magia - continua Don Juan - le donne si scatenano e diventano bizzarre, tremende, streghe potentissime senza alcuna pietà, e di una ferocia inaudita.

Sembra strano sentire parlare di donne in questi termini? Eppure molte opere letterarie parlano a volte di vendette e di oscuri crimini femminili, però, devo precisare, senza mai arrivare alla violenza e alla barbarie a cui arrivano gli uomini. Poiché gli uomini uccidono indiscriminatamente e stupidamente (pensiamo alle guerre), massacrano gli innocenti, provocano orrori, deturpano la bellezza (pensiamo a quello che fanno alcuni criminali alle donne), obbediscono ciecamente anche agli ordini irragionevoli e sconcertanti. La donna, se coinvolta in queste cose tremende, non è mai stupida, e non uccide mai indiscriminatamente, anzi, sceglie con cura. E quando ama o quando odia, lo fa visceralmente.

Nella società contemporanea ho notato che le donne hanno spesso un controllo totale su loro stesse, anche per educazione e per pudore. E, certo non tutte, non amano far parlare di sé (al contrario degli uomini). Ma se non esistesse più questa morale bigotta e pettegola? Se svanisse improvvisamente il controllo morale (dovuto, da noi, alla tradizione cristiana)? Se i modelli femminili tornassero ad essere quelli che erano qualche migliaio di anni fa? Quando esisteva il modello libertino (Afrodite), guerriero (Athena), regale (Giunone), della Dea Madre, creatrice e dominante su tutti (Demetra, Artemis Efesia, Cibele…) ed infine sacerdotale (vestali, baccanti, sibille, Pizie, e oracoli vari). Senza poi dimenticare la possibilità d'essere potenti e oscure streghe (Ecate, Persefone, Circe, Medea), anche mostruose (la Sfinge, Scilla, Cariddi, Empusa, Medusa, Mormolice, la Fenice, le Arpie, le Sirene, Lamia, Lilith e chi più ne ha, più ne metta!).

Il profondo femminile e le sue oscurità forse spaventano anche le donne. Ed al confronto i miei disegni fanno sorridere. Così torniamo all'inizio della riflessione. Veramente nel lato oscuro femminile è compresa la perversa voglia cannibalica di divorare anche le proprie simili?

Nell'antica terra dei Bassari, durante le orge dionisiache, dice la leggenda che per gli eccessi dell'estasi, dopo aver divorato le vittime sacrificali, le persone si gettavano le une sulle altre, strappandosi brani di carne, tanto che tali rituali furon poi proibiti (M.Detienne: "Dioniso e la pantera profumata", Laterza).

Non sto, anche stavolta, a citare tutti i miti in cui s'intravede l'inghiottimento come caratteristica della Dea primordiale (Basta scorrere la lista di Dee mostruose appena elencata sopra, fra cui Lamia, il cui nome deriva proprio dal greco: "fauci"). Approfondendo: il totem preistorico, l'animale-guida, nella sua qualità di trasformatore e iniziatore, fondamentale nelle società umane primigenie, diventa poi, a causa delle nuove morali misogine e "civilizzatrici", il mostro divoratore delle fiabe. Lo spirito-guida, benevolo, viene trasformato nel diavolo, nell'orco, nei mostri, nel Satana-anticristo degli stupidi film americani. È la strega, l'orchessa che ti mangia. Povero Pollicino! In realtà era la Sfinge, pure la nonna di Cappuccetto Rosso (e non il lupo, ma la nonna-lupa, che inizia la nipote al suo Clan "mangiandola". Come nelle filastrocche ferraresi al bimbo si cantava "Questo bimbo a chi lo do… al nonno lupone, che mi ha mangiato in un boccone!"- residui di una cultura perduta), era Delphine, la dragonessa - la bella Dea Serpentina di Delfi, le Sirene cannibali, Scilla e Cariddi, e le Menadi, sacerdotesse di Dionysos, le quali, all'apice dell'ebbrezza, sbranavano chiunque attraversasse loro la strada nelle loro scorribande notturne, fosse animale o essere umano, bimbo o adulto. O come le sacerdotesse druidiche - citate da Strabone - pure loro scorazzatici notturne, le quali ricostruivano periodicamente il loro tempio, ma se una di loro fosse inciampata nel trasporto del materiale, le altre compagne le sarebbero balzate addosso e l'avrebbero squartata viva. Chiaramente capitava che una delle donne facesse lo sgambetto a colei che era stata designata. Era quella più antipatica alle altre? ( Gerhard Herm: "Il mistero dei celti", ed. Garzanti). Tremende, no?

Tanti anni fa feci un sogno nel quale ero inseguito da una giovane strega, simile ad una zingara, che mi correva dietro in un labirinto a spirale, che si stringeva sempre più. Arrivato in fondo alla spirale, ovviamente chiusa, mi girai terrorizzato, appena in tempo per vedere la streghetta che mi afferrava le spalle, e apriva la bocca in un sorriso orribilmente raggiante. E lì mi svegliai. Ma sapevo che lei voleva mangiarmi.

Passiamo ora, in conclusione, ad alcuni sogni brevi, che precedettero di alcuni mesi quello di Artemide nella grotta.

Il primo è brevissimo: era l'immagine di due corpi scultorei maschili, senza testa, muscolosissimi, che parevano come sfidarsi, muovendosi lentamente, in pose da Mr. Universo. Mi parve un atteggiamento femminile.

Il secondo fu più choccante, poiché vidi tantissime donne nude, in piedi, che s'apprestavano a sfidarsi e sbranarsi a vicenda in una piscina vuota d'acqua, ma affollata dei loro corpi. Sapevo che sarebbe stata una lotta mortale per tutte, perché si sarebbero mangiate. Vidi una mia parente fra loro e la pregai di ripensarci e di uscire dalla piscina, ed era già senza braccia, così come le altre, essendo state divorate dalle altre donne. Ma quella rispose, come indifferente e disarmante, che non le importava nulla. Pareva volontariamente rassegnata a perdere le braccia.

Un altro sogno che mi colpì moltissimo fu fatto da una mia fidanzata d'allora, M., e mi colpì perché, oltre al simbolismo del contenuto, vi succedevano cose che somigliavano straordinariamente a ciò che io disegno e scrivo. M. sognò che una sua amica doveva recarsi ad un ricevimento organizzato da strane donne, le quali avevano invitato altrettante donne, compresa questa sua amica. M. notò che veniva offerta alle invitate della frutta che lei percepì essere come drogata, similmente alla classica mela avvelenata delle fiabe. M. esortò disperata la sua amica a non accettare il frutto e a non mangiarlo, poiché sapeva che lei sarebbe diventata come loro, quelle strane donne. E ciascuna di loro avrebbe scelto una delle invitate, come un'amante, e l'avrebbe presa e portata via in volo (erano arpie? Vampire?) in un posto recondito, aggredendola poi sessualmente, ma in realtà al fine di divorarla, in una lotta mortale e cannibalesca. Ed M. vide come la scena da lontano, dove le due donne, l'ospite trasformata e l'arpia ammaliatrice, si sarebbero appartate, in uno strano invito sessuale, e poi aggredite e mangiate l'una con l'altra, finché una sola delle due sarebbe sopravvissuta. Ma l'amica rispose, sorridente, a M. rifiutando il consiglio di questa e dicendo che sapeva cosa sarebbe successo. Accettando perciò la trasformazione in "vampira" cannibale e quel terribile incontro intimo, nonché attendendo ora d'essere portata via (in volo) da una di quelle.

M. me lo raccontò incredula, sapendo che il sogno era non comune, ma incapace d'interpretarlo, lei così femminista rigorosa, non-violenta, soprattutto solidale con le altre donne ed incapace di rivaleggiare con altre, nonostante il suo fascino. Perché tale messaggio crudo ed infido? E perché presentava donne così terribili e nemiche d'altre donne? In realtà io credo proprio che, avendo a che fare con l'inconscio, tali giudizi morali siano inappropriati e banali.

Risulta evidente nel sogno un panorama iniziatico femminile, dove le adepte vengono "trasformate" dalle sacerdotesse d'un culto notturno e misterioso; e "trasformate" in copie esatte di quest'ultime, perciò divenendo totalmente parte del Clan. Inoltre non è presente l'elemento maschile, poiché è esattamente un culto femminile, in cui sono compresi momenti di violenza e d'aggressione sessuale (non dimentichiamo il rapporto fisico, concreto, corporeo, caratterizzante l'apprendistato sciamanico femminile, molto più presente che in quello maschile, quest'ultimo più filosofico e astratto).

Nelle profondità del Principio Divino femminile non è presente evidentemente solo l'amore, la maternità, la creazione della vita e l'affetto per tutti i viventi. La "via luminosa", come viene detta. C'è anche il lato rapace della Natura, il suo non avere pietà (non nel senso che è crudele, ma nel senso che la natura è così com'è, senza poterla classificare in categorie come il Bene e il Male, categorie dualistiche successive all'unitarietà della Dea Madre. Non esisteva nell'antichità ancora - e non esiste nell'inconscio - il Dio maschile ed il suo eterno rivale: Satana. Non esisteva per gli antichi il Paradiso e l'Inferno, ma tutti andavano a finire agli Inferi. E non c'era speranza di una redenzione, semplicemente perché non ce n'era bisogno.

Non aspettavano nessun Messia i politeisti. La vita era qui ed ora! Senza le false illusioni di un risorgere futuro a nuova vita, e senza la resurrezione dei morti. Tutto quello che devi fare, lo devi fare in questa vita!).

Dicevo: il lato rapace della natura, l'ineluttabilità, l'amore e l'odio, la rivalità ed il desiderio, la volontà di possedere (tutte cose naturali e umane; NON siamo santi) e di divorare tutto ciò che ci piace (comprese le rivali che possono competere sulla via per diventare una strega). Assimilare il loro potere magico inghiottendone ogni cellula. Assimilarne la bellezza e la sapienza, facendole proprie divorandole fisicamente (Don Juan racconta a Carlos anche di queste guerre cannibalesche di stregoni e di streghe). In fondo il divoramento è un atto d'amore (non ci cibiamo di ciò che ci fa schifo) e così l'inghiottimento. Un atto che è proprio della vagina e che essa conosce bene. Solamente che di solito accoglie ed inghiotte l'organo maschile. Ma quando si incontrano due vagine?

Come scrive Mary B. Tolusso ne "L'imbalsamatrice" (Gaffi ed.): "…quando due donne sono a letto. Si apre uno spazio in cui si inghiottono contemporaneamente, nessuno possiede, nessuno porge, nessuno dà".

Esattamente. Un incontro alla pari. Entrambe sanno che si inghiottiranno, ma poi sono capaci, ambedue, dopo l'amplesso, di proseguire per la propria strada, senza promesse di legami o d'amore eterno. Ovviamente può capitare il contrario, come può succedere fra un uomo ed una donna. Le stesse dinamiche. Ma meno sopraffazione, forse.

Ma quello che mi affascina nell'incontro-scontro (amore-odio) fra due donne, del loro amplesso, dell'unione, fisica o spirituale, coatta o desiderata, è che rappresentano la cosa più sconvolgente (forse la più bella, la più intrigante) dell'universo. È come una donna che si guarda allo specchio e lo spacca, per entrarvi dentro e possedere sé stessa. È lo specchio infranto. Sono due Dee Madri che covano lo stesso uovo. È l'Ouroboros che si morde la coda e si autodivora. Sono la Madre e la Figlia. È il fuoco e l'acqua. È il mistero più grande dell'universo. È mangiarsi all'infinito. È una libidine cosmica ed una volontà insondabile ed inspiegabile. Una divinità che rovescia l'ordine del cosmo. La materia che mangia la materia. Due galassie che si fondono. Due bocche che s'affrontano. Due intestini che si digeriscono. Una mente che riconosce sé stessa.

Una piccola donna androgina e nervosa, che ti guarda negli occhi senza pietà.

Legnago, 29-30 Giugno 2011
Testo: Enrico Gherardi,
vedi anche la pagina dedicata ai suoi disegni







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