Dal bicameralismo alla gestione apartitica del Paese
Ieri nei vecchi regimi il più prepotente si sceglieva da solo,
oggi, nelle democrazie, i più prepotenti (e incapaci) abbiamo
l'illusione di sceglierli noi,
in futuro vorremmo affidare la gestione del potere
ai più competenti e onesti cittadini
E. Spelta
E' sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ne parla con il dovuto distacco
e ad un livello che non sia quello della critica sterile dello scenario
che quotidianamente si presenta (da anni) ai nostri occhi.
Anche i Radicali, gli
unici che si dichiarano anti-partitocrazia, poi di fatto non propongono
nulla. Solo critiche.
Non basta capire i problemi: BISOGNA TROVARE LE SOLUZIONI!
Questo scritto vuole alzare lo sguardo per trovare una via che ci tolga
dal pantano dei nostri governi.
IN SINTESI
Difetti del meccanismo politico attuale, basato su
Partiti (o Coalizioni) e Parlamento
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I
partiti sono organi concorrenziali tra loro. Per esistere devono
sopraffare gli altri, costi quel che costi.
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L'interesse principale dei partiti è vincere le elezioni per
governare, per avere tutti i privilegi derivanti dal potere
decisionale e dalle poltrone conquistate.
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Ai
partiti, dunque, non interessa o interessa molto meno
governare bene il Paese, mentre interessa molto di più non
perdere il potere o fare di tutto per conquistarlo.
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I
partiti non possono tradire il loro elettorato, quindi non
sono in grado di promuovere leggi che lo penalizzino, anche se
queste fossero migliorative per il Paese nel suo insieme.
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I
partiti o le coalizioni sono costretti a presentare programmi
demagogici, atti ad attrarre l'elettorato con false o ingenue promesse
(meno tasse, più lavoro, più sicurezza, ecc. ecc.).
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Il
meccanismo parlamentare coinvolge una maggioranza che governa
e una opposizione che, appunto, si oppone al governo, per
sfiduciarlo e prenderne il posto. Sono molto rari i casi di
compartecipazione alle scelte, soprattutto se queste sono
impopolari. Ciò porta ad assistere a lotte e falsificazioni della
realtà d'ogni genere pur di screditare il lavoro del governo e
prenderne il posto o, dall'altra parte, pur di difendere il proprio
operato governativo, anche se criticabile o insufficiente.
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I
cittadini sono chiamati a esprimere le loro scelte attraverso il
voto. Questa è la parte fondamentale della democrazia, si dice, ma
gli stessi cittadini sono costretti a votare candidati, partiti o
coalizioni che non sono selezionati sulla base di reali meriti
e capacità. Spesso sono soltanto personaggi ambiziosi in cerca
di potere. Ma anche i politici seri e competenti non sono in grado
di operare al meglio per via delle contrapposizioni partitiche e di
scontro governo-opposizione di cui sopra.
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In
Italia, poi, abbiamo due Camere, il ché implica passaggi
delle stesse proposte di legge dall'una all'altra. Ciò comporta
ulteriore
inefficienza, tempi lunghi, costi raddoppiati e leggi raffazzonate.
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Il
sistema delle camere costringe a sviluppare programmi di governo
molto limitati, spesso enunciati in pochi punti. Ma la gestione del
Paese ha bisogno che tutti i punti di intervento necessari siano
tempestivamente e contemporaneamente affrontati! Non solo
alcuni, spesso scelti perchè più utili agli interessi personali o di
parte o per tenere calmi i cittadini o alcune corporazioni.
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La
contrapposizione governo - opposizione, porta anche
l'informazione a focalizzarsi più sui difetti degli uni o degli
altri esponenti, piuttosto che approfondire i problemi reali e
proporre possibili soluzioni. I
temi concreti, in pratica, sono quasi ignorati. I media fanno quasi
esclusivamente propaganda o gossip, al soldo dell'uno o dell'altro
schieramento.
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La
gestione politica di un Paese è materia complessa e noiosa.
Con essa non si vendono giornali e non si fa audience. Per questo
motivo i giornalisti danno sempre la precedenza a notizie
scandalistiche e non è nella loro natura enfatizzare i progressi o
le buone novità che si possono presentare o fare critiche e proposte
costruttive. Le buone notizie non
vendono.
Allora cosa si potrebbe fare?
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I
cittadini hanno il potere di conferire (o togliere) le
deleghe a chi è stato eletto per gestire i problemi del governo del
Paese. Dunque potrebbero coalizzarsi per cambiare il sistema
attuale, proponendo pacificamente un movimento di riprogettazione
del sistema, partendo dall'aggiornamento della Costituzione. E'
ovvio che non saranno mai i partiti né di governo né d'opposizione a
togliersi di mezzo, dichiarando il proprio fallimento, quindi è il
"popolo sovrano" che deve agire, almeno la parte sana e non corrotta
di esso, perchè a tutti gli altri fa sicuramente comodo che le
cose procedano come ora.
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La
Costituzione va revisionata in tutti i suoi punti. Molte delle
cose scritte sono sagge e ancora valide, ma tante altre sono state
messe a fuoco in epoca lontana e che presentava esigenze diverse
da quelle odierne. Basti pensare che allora non esisteva la
globalizzazione, la Comunità Europea, l'immigrazione, i problemi
energetici e quelli ambientali, tanto per citarne alcuni e non da
poco direi.
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Una
volta ridefinita la Costituzione, in essa si dovrebbe mettere a
punto la nuova struttura di gestione del Paese, fondandola non più
sui partiti, ma direttamente sugli organi competenti da mettere
nei vari Ministeri.
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Ogni
Ministero deve avere un team di leader composto da membri
selezionati sulla base della loro incontestabile professionalità,
onestà, capacità di partecipazione a gruppi di lavoro.
L'interesse comune deve essere orientato a produrre i migliori
risultati nell'ambito delle proprie competenze, studiando le
soluzioni migliori per ogni questione, ispirandosi profondamente a
quanto di meglio sia già stato risolto in altri Paesi.
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Introdurre i criteri di merito e responsabilità. Chi opera bene e
raggiunge i risultati prestabiliti dal piano avrà riconoscimenti e manterrà
l'incarico. Chi non risultasse idoneo, verrebbe allontanato e nei
casi gravi processato per gravi inadempienze.
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Per
recuperare grandi risorse economiche il nuovo governo ministeriale
dovrebbe rafforzare in modo molto consistente l'organico destinato
ai controlli della Finanza. Lotta totale all'evasione fiscale, con
strumenti e persone altamente qualificate, previa modifica dei
sistemi impositivi in modo da rendere meno enigmatica la definizione
del reddito.
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Il
recupero dall'evasione dovrebbe servire a risanare in tempi brevi il
debito dello Stato, per incrementare successivamente le risorse disponibili per
i vari ministeri.
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In
questo modo si recupera la fiducia dei cittadini nel sistema
governativo e li si induce più facilmente a non evadere le tasse,
che verrebbero di conseguenza e progressivamente ridotte e ad
accettare più benevolmente anche i sacrifici orientati al bene
comune del Paese.
Se hai letto fino a qui vuol dire che hai capito
a cosa penso e allora può interessarti proseguire.
La scarsa cultura del merito, come dimostra Roger Abravanel nel suo
testo "Meritocrazia", è la causa principale dell'impoverimento del
nostro Paese; inoltre ha fatto dell'Italia la società più ineguale del
mondo occidentale.
E' la crisi del sistema democratico, che prima di tutto non è affatto
"democratico".
E' la crisi delle tanto conclamate libertà, perchè nessuno si
sente mai
libero e la libertà è un'utopia (ma anche un'eresia) in termini sociali.
Oppure la libertà è anarchia, mancanza assoluta di senso civico, di
responsabilità e di onestà. Più corretto e utile sarebbe semmai
enfatizzare il concetto dei diritti e doveri nei rapporto
individuo->famiglia->società.
Noi assistiamo inermi alla tragica crisi delle istituzioni, che non assolvono professionalmente ai
loro compiti, perchè esonerate da qualsiasi responsabilità diretta e
perchè troppo spesso insufficientemente competenti o produttive, oltre
che mal finanziate e sperperatrici.
E' la crisi del tanto difeso meccanismo legiferante composto da governo
e opposizione, che
nello scenario generale del Paese è invece l'elemento più destabilizzante e perverso.
La crisi del sistema emerge in tutte le nazioni che si definiscono
"democratiche". Non è dunque solamente un problema dell'Italia, anche se
qui mi limiterò a circoscrivere il discorso al nostro paese. Inutile
aggiungere che laddove non sia in vigore neppure una struttura politica
di tipo democratico la situazione è drammaticamente peggiore. Ma ciò
non può censurare qualsiasi tentativo di andare oltre lo schema attuale
della democrazia e soprattutto della partitocrazia e pensare allo
sviluppo di nuovi meccanismi di gestione delle problematiche della
nazione.
Dobbiamo essere consapevoli fino in fondo e senza illusioni che governare bene implica di per sé e innanzi tutto "un atto
profondamente impopolare e complesso", perchè i benefici del
buon governo non si vedono se ogni singolo cittadino non rinuncia a
pretendere più di quanto sia ragionevolmente possibile dare o fare, sia
nei servizi che con le leggi.
L'impopolarità è tale a tutti i livelli, intendiamoci. E' difficile
amministrare anche un'azienda, senza imporre regole e sacrifici comuni
e provocare scontenti o scioperi, così come è difficile amministrare una famiglia e tutti i suoi
componenti, pensando agli aspetti economici e morali, educativi e di
priorità di scelte o di inevitabili rinunce.
Se siamo d'accordo che governare è un impegno altamente impopolare,
perchè -se fatto bene- non ammette errori, debolezze, concessioni, soprusi, ignoranza e quant'altro, ma di contro richiede un altissimo livello di competenza,
soprattutto nelle società moderne post-industriali e dopo il dilagare
della globalizzazione e della smisurata crescita delle
popolazioni, allora dobbiamo studiare una
nuova formula di governo che sia al riparo dall'impopolarità derivante
dalle sue decisioni, ovvero disgiunta da tutti gli interessi
corporativi, ma orientata esclusivamente agli interessi dell'intera collettività
ed al benessere della stessa.
Ma a questo punto bisogna anche definire cosa si
debba intendere per "benessere" dei cittadini.
Non è certo il PIL a quantificare il benessere. Il PIL è
semplicemente lo strumento di misurazione del consumismo. Una famiglia
che, tramite il risparmio oculato, le rinunce a beni superflui, il
raggiungimento di una maggiore indipendenza dalla mercificazione
(acquisti più ponderati, produzioni proprie di energie e di prodotti
alimentari, per esempio) riducesse i suoi costi e le ore di lavoro,
nella nostra società, così com'è impostata, rappresenterebbe un
regresso, mentre invece andrebbe considerata più saggia, sicura e
rispettosa dell'ambiente.
Nel rapporto sociale ogni cittadino deve essere partecipe allo sviluppo
sano del paese e respingere o combattere qualsiasi illecito o
distorsione. Così come, a parità di
capacità, l'offerta di lavoro deve essere disponibile prescindendo
dall'essere uomo o donna, giovane o anziano, di famiglia ricca o povera,
italiano o straniero. Ma sugli stranieri s'innestano altre
considerazioni che è importante introdurre.
La domanda è: è giusto dare lavoro a qualche milione di stranieri se,
allo stesso tempo, generiamo qualche milione di disoccupati o precari
(giovani in particolare) italiani? Che senso hanno i confini della
patria se la patria non privilegia i propri cittadini? Perchè
festeggiamo una Unità d'Italia, se poi la rinneghiamo dichiarandoci
difensori di globalizzazioni e società multietniche? I nostri nonni sono
morti per difendere la nostra patria, ma noi ci sentiamo in dovere di
non agevolare in alcun modo i nostri cittadini italiani?
La risposta più facile è che quei
lavori presi dagli stranieri non sono accettati dai giovani italiani. E'
vero. Ma perchè? Abbiamo per anni inculcato ai nostri figli la necessità
di diplomarsi o laurearsi, prescindendo dalle disponibilità d'impiego
offerte dal mondo del lavoro o dalle loro reali ambizioni. Abbiamo svilito l'utilità delle scuole
d'avviamento al lavoro e degli istituti tecnici, delle attività manuali
e sociali, per nobilitare lauree e
diplomi spesso inutili perchè non richieste. Oggi ci sono un sacco di ingegneri, avvocati,
filosofi, ecc. che hanno dovuto ripiegare su attività non confacenti al
loro livello culturale e ne abbiamo fatto dei disillusi depressi o
arrabbiati.
Abbiamo un buon numero di laureati che per anni non hanno partecipato al
mondo del lavoro a causa dello studo, per poi entrare nel mondo dei disoccupati
perenni, in carico alle famiglie. Non
era meglio fare una politica che selezionasse solo gli elementi
migliori, tenendo conto del numero chiuso di opportunità, per spingere
invece molti giovani a iniziare a lavorare da subito, partendo anche con
attività umili, ma con la
speranza di risalire nel tempo la china? Ciò non avrebbe significato
spazio nelle scuole ai figli di papà ricchi, ma spazio agli elementi che
davano prova di maggiori capacità (anche qui, dunque, meritocrazia).
Quante piccole imprese e artigiani avrebbero bisogno di più manodopera e
devono rinunciarvi o ricorrere a stranieri? La gavetta è un passaggio
utile a qualunque ragazzo o ragazza. E' un'esperienza di vita importante, che oggi
viene sottratta ai giovani.
Ma torniamo alla politica.
Il nostro sistema politico, prevedendo che debba esserci un governo ed
un'opposizione, crea la premessa per una battaglia continua tra le
parti, che rappresentano più o meno ampie nicchie di cittadini,
trascurando spesso i compiti per cui l'abbiamo costituito e delegato.
Qualsiasi governo sarà già in partenza vulnerabile se volesse fare delle
buone riforme o combattere gli illeciti, perchè avrà contro di sé di
volta in volta quella parte di cittadini e/o istituzioni che ne
sarebbero penalizzati. D'altra parte proprio questi interventi
impopolari si prestano ad essere cavalcati dalle opposizioni, il cui
obiettivo è esclusivamente quello di gettare il massimo discredito
sull'operato del governo per sperare di vincere le prossime elezioni e
salire al potere.
E' un gioco perverso, senza possibilità d'uscita, fallito in partenza.
Non ha alcuna importanza il tipo di struttura che si attiva, ovvero: che
si tratti di pluripartitismo o di bipartitismo il risultato non cambia
e lo abbiamo sperimentato. (Al limite il miglior compromesso sarebbe
quello di un governo di unità nazionale, al quale partecipi il
più ampio schieramento partitico).
Altrimenti c'è sempre chi governa e chi si oppone. Il termine stesso è già molto
significativo.
Anzi, io direi che è più facile che sia il bipolarismo a radicalizzare la
lotta, creando un bersaglio molto più identificabile, soprattutto quando
un "grande leader carismatico" (non faccio nomi), tramite la sua potente macchina di
propaganda, polarizza su di sé tutte le attenzioni che generano fascino
in una parte di cittadini (quella che solidarizza con leader perchè
spera di trarne benefici personali e protezione) e odio nella parte avversa che non ci si
identifica e che viene strumentalizzata dall'opposizione.
Per superare questi difetti è inutile appellarsi al senso civico. La
selezione naturale della carriera politica, in questo contesto, fa si
che sia il più ricco e/o il più ambizioso o il più corruttore
o il più scaltro a salire ai vertici più alti. E' semplicemente logico e naturale
che sia così, sciocco stupirsene o indignarsene.
Detto questo, però, una critica è lecita solamente se perviene ad una
proposta alternativa. Non basta denunciare i malanni, focalizzare
i difetti, bisogna trovare le
cure giuste.
In Italia questo tipo di dibattito a mio avviso è
totalmente assente. Si parla e si scrive sempre lasciandosi coinvolgere
al più basso livello della politica partitica e personalistica e mai
analizzando il problema da un punto di vista più distaccato ed elevato.
Stabilito che il male da evitare è il sistema contrapposto di governo e
opposizione e l'assoluta carenza di princìpi meritocratici, bisogna
pensare ad una soluzione in cui non esista un'opposizione, ma solamente
un governo forte, ma non partitico e che sia perciò concentrato non sulle successive elezioni, ma
sui reali e presenti problemi di gestione del paese.
Questo governo deve essere totalmente indipendente dalle lobby, dalle
ricche famiglie industriali, dalle banche, dai clan mafiosi, dai condizionamenti
religiosi e via dicendo. Un governo che sia composto da gruppi di
lavoro dislocati nei vari ministeri.
Governo laico, indipendente, fatto di persone dalla incontestabile
serietà e onestà, ma non basta ancora. Deve essere anche e soprattutto
composto da persone competenti, molto competenti, in ognuno dei
ministeri che lo compongono. Non è importante l'età dei suoi componenti,
anzi c'è un lato positivo sia negli anziani, facendo riferimento alla
loro ipotetica maggiore esperienza, che nei giovani, riguardo la loro
maggiore capacità
innovativa e creativa, così come è vero anche il contrario, cioè che i
giovani sono spesso più incoscienti oltre che privi d'esperienza, mentre gli
anziani sono più demotivati e privi di idee nuove.
Non si può fare neppure appello ai vecchi ideali, che hanno già mostrato
il loro fallimento totale, sia che si pensi alle vecchie ideologie di destra
o di sinistra.
Non si può essere per forza di cose solo conservatori, ma a volte non è
neppure utile essere eccessivamente progressisti. La saggezza forse sta
nell'equilibrio tra questi due atteggiamenti, quando si tratta di fare
delle scelte importanti.
Il "motore" della politica dovrebbe dunque risiedere nei vari ministeri. E' lì
che si devono concentrare le migliori intelligenze per l'attuazione dei
programmi di gestione delle leggi e della politica in generale.
Ovviamente stiamo parlando di un ipotetico governo di Stato, lasciando da parte per
il momento i governi di regioni e comuni, che però dovrebbero operare
allo stesso modo.
Stabilito un adeguato numero di ministeri, ognuno con un suo budget di
spesa (la cui ripartizione deve avvenire tenendo conto delle priorità
e gradi d'importanza prestabiliti), dobbiamo creare dei meccanismi che ne verifichino
puntualmente i risultati, producendo tempestive correzioni di rotta
laddove se ne presentasse la necessità e sostituendo in tempi
ragionevolmente brevi quei componenti che non operassero in modo
adeguato. (responsabilizzazione diretta dei componenti dei gruppi di
lavoro ministeriali).
E' ovvio che i ministeri non possono operare disgiuntamente da linee
generali di sviluppo stabilite ad un livello più alto e univoco. Ed è per questo
che occorre un congresso o una camera, chiamiamola come si vuole, ove
siano stabilite le strategie e le priorità degli interventi, in accordo
anche con le direttive sovranazionali (come spiegato in precedenti
capitoli).
Se tutto questo avvenisse senza la conseguenza che i singoli componenti
del collegio siano in antagonismo tra loro, ma siano invece indotti a
operare con il massimo spirito collaborativo, il meccanismo dovrebbe funzionare bene, al
riparo da demagogie, scandalismi, ingiurie. invidie, nepotismi,
corruzioni, tradimenti o altro.
Il loro operato, poi, potrebbe o dovrebbe ispirarsi in grande misura
alle soluzioni già adottate in altri paesi e che si siano dimostrate
altamente valide. Non è furbo inventarsi ogni volta l'acqua calda!
Questo meccanismo non prevede il turnover dei suoi componenti. I fattori di merito diventano
l'elemento elettivo del gruppo e della sua continuità. Un dirigente rimarrà al suo posto per
tutto il tempo in cui dimostrerà di operare al meglio. Cavallo che
vince non si cambia!
Il principio è quindi ispirato a valori profondi di giustizia e di eguaglianza su
cui sono fondate l'ideologia e la cultura del merito e di conseguenza
della responsabilizzazione.
Questo meccanismo potrebbe essere a sua volta proiettato sulle
istituzioni di livello inferiore, ovvero regioni e comuni (le province
non hanno senso e la loro attuale attività si può smistare al governo
centrale o alle regioni o ai comuni).
Occorre inoltre introdurre criteri concorrenziali negli uffici, nelle
università, negli enti e nelle aziende pubbliche. Diffondere i modelli
organizzativi ed operativi migliori. D'altra parte, con gli attuali
strumenti informatici è diventato più facile produrre statistiche,
incrociare dati, rilevare inefficienze, valutare, controllare, favorire
e premiare i migliori. Combattendo così efficacemente tutti gli sprechi
e abusi della spesa pubblica e i clientelismi.
Da sola, però, l'affermazione isolata del merito rischia di costituire
un fattore di disgregazione della società. Una società coesa necessita
anche e soprattutto della solidarietà e del senso di responsabilità
dell'elite dirigente. Se coloro che stanno ai vertici perseguono
soltanto il loro interesse, se perdono di vista il bene comune e la
responsabilità che li lega alla comunità in cui vivono, potremo forse
costruire una società più ricca ed efficiente, ma non una società più
libera e sana. L'indifferenza verso le necessità degli altri, in
particolare verso i più bisognosi, non aiuta di sicuro ad edificare una
società più umana.
La vera democrazia non consiste nel fare scegliere dai singoli cittadini
chi guiderà il paese (perché non hanno spesso alcuna competenza sui temi e sulle capacità reali
di un politico, ma possono invece essere influenzati da demagogiche
promesse, da azioni ricattatorie o da voti di scambio, come succede
oggi) .
Il principio democratico in questo nuovo schema
risiede nella selezione delle competenze e nel costante controllo
dell'operato, con promozioni o esclusioni a seconda dei risultati
conseguiti.
Chi lavora bene e molto rimane al suo posto ed è premiato anche
economicamente. Chi fa ostruzionismo, tanto per mettersi in mostra, chi
è un incapace o si dimostra disonesto o poco cooperativo, perde
l'incarico.
Questo meccanismo presenta anche un altro vantaggio: l'insieme dell'organico costerebbe meno di quanto costano oggi i nostri apparati
governativi. Resterebbe la figura del Presidente della Repubblica, più o
meno con i compiti attuali, ma verrebbero meno 950 figure tra
deputati e senatori, con tutti i costi indotti che ciò comporta. Non
ci sarebbero costi destinati al mantenimento dei partiti e costi per le
frequenti elezioni, anche se queste non verrebbero eliminate del tutto,
ovviamente. Qualsiasi sistema politico si decida di instaurare si deve
sempre fare in modo che questo, se non più suffragato dal consenso
popolare, sia facilmente sostituibile.
Inoltre, non dovendo dibattere burocraticamente in
parlamento, il nuovo meccanismo governativo sarebbe molto più rapido e reattivo nelle decisioni.
Fermo restando che l'operato dei singoli ministeri debba sempre
passare al vaglio del Presidente della Repubblica e delle verifiche di
costituzionalità e copertura.
Di questo io credo abbiamo bisogno. La vera gestione politica agli occhi
del cittadino dovrebbe apparire "complessa e noiosa" e non come una
"sitcom" o un varietà. Solo quando sarà così potremmo dire d'avere
instaurato un meccanismo politico moderno ed efficace. Oggi i nostri
politici passano metà del loro tempo a mostrarsi in televisione o a
parlare per radio o a farsi intervistare dai giornali (e molto di più a
difendersi dagli scandali da loro stessi provocati). Noi vogliamo,
invece, che
gestiscano le esigenze del nostro paese senza farsi notare; saremo noi
ad apprezzare sulla nostra pelle i miglioramenti e le evoluzioni nel
tempo delle loro attività.
Tutto ciò richiede la revisione completa della Costituzione, che per i
nostri politici è sacra e intoccabile o quasi. E' evidente che una nuova
Costituzione, dopo sessant'anni e le evoluzioni che ci sono state, non
sarebbe male pensarla. Ovviamente il progetto non può essere affidato
agli attuali uomini politici, perchè rappresenta la fine delle loro
carriere, la fine dei loro partiti, che cambiano nome, ma mai
sostanza, la fine delle loro grandi speranze di ascesa al potere alle
prossime votazioni.
Già il primo articolo della Costituzione "L'Italia è una Repubblica
democratica, fondata sul lavoro" rappresenta un principio forse valido,
quando venne espresso, come conseguenza della seconda guerra mondiale,
con un Paese distrutto e affamato. Oggi questo articolo a mio avviso
potrebbe essere concepito con vedute più ampie, come ad esempio:
"L'Italia è una Repubblica democratica e meritocratica, che si
prefigge il benessere dei suoi cittadini". Dove il termine "benessere" dovrebbe
identificarsi con: Lavoro, Salute, Sicurezza, Socialità.
Il concetto di "socialità" andrebbe poi sviluppato in termini di
rispetto dei reciproci diritti e assolvimento dei propri doveri, aiuti
consistenti a tutte le frange più deboli, partecipazione attiva alla
vita pubblica, rispetto assoluto della cosa pubblica, partecipazione
pacifica agli aiuti verso le popolazioni bisognose.
In tutto questo progetto innovativo il criterio che deve fare da motivo
conduttore è dunque l'ispirazione al principio meritocratico e della
responsabilizzazione sociale.
Questo va introdotto a tutti i livelli, in opposizione alla tendenza
attuale all'individualismo egoistico. Concetto di premio/punizione:
fai bene guadagni stima e soldi, fai male, perdi stima e soldi, in un
certo senso l'opposto del comunismo, che si basava principalmente sul
garantismo deresponsabilizzato.
L'umanità è tendenzialmente portata alla corruzione e all'egoismo, per
integrarla in una società e non farle subire solamente il peso del
dovere fine a sé stesso (da cui tende a sottrarsi) dobbiamo metterla nel
giusto equilibrio tra le parti e darle altri incentivi. Faccio bene sono premiato, faccio male
o non faccio nulla sono punito. E' un principio semplice, che capiscono anche animali e
bambini!
La parte più difficile è avviare una grande riforma di questo genere e
come attuare i metodi per il controllo dell'operato, di questo me ne
rendo perfettamente conto. Ci vorrà del tempo per affinare i meccanismi
di valutazione, ma ci si può riuscire sicuramente. A tale scopo ci sono
già vari tentativi adottati in diverse nazioni, ma solo a livello
settoriale (università, ospedali, imprese).
Ciò sarà valido per i ministeri del governo, ma anche per tutti gli
altri vari istituti, dalla magistratura alle scuole e università, con i
loro reparti di ricerca, agli ospedali, ai comuni, alle regioni e via
dicendo. E' un principio che dovrebbe servire anche a migliorare il
livello educativo/formativo dei nostri figli, cresciuti in un mondo
devastato dal consumismo fine a sé stesso, senza principi, senza morale
senza etica senza rispetto per nulla che non sia il successo effimero e
il guadagno facile.
Le linee guida del nuovo governo ministeriale devono essere dettate dal
rispetto delle libertà di scelta individuali, (quando non siano in
conflitto con la società), dal rispetto per l'ecosistema e dal rispetto
verso le altre popolazioni.
Per questo occorre una nuova costituzione che sia più ampia nelle linee
guida generali e più aggiornata al progresso umano ed ai problemi
energetici e dell'inquinamento, oltre a
regolamentare le basi delle leggi sociali.
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