Meritocrazia




Meritocrazia contro la partitocrazia

Dal bicameralismo alla gestione apartitica del Paese

MeritocraziaIeri nei vecchi regimi il più prepotente si sceglieva da solo, oggi, nelle democrazie, i più prepotenti (e incapaci) abbiamo l'illusione di sceglierli noi, in futuro vorremmo affidare la gestione del potere ai più competenti e onesti cittadini
E. R. Spelta


E' sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ne parla con il dovuto distacco e ad un livello che non sia quello della critica sterile dello scenario che quotidianamente si presenta (da anni) ai nostri occhi.

Anche i Radicali, gli unici che si dichiaravano anti-partitocrazia, poi di fatto non proposero nulla di veramente innovativo.
Solo  critiche.

Non basta capire i problemi: BISOGNA TROVARE LE SOLUZIONI!

Questo scritto vuole alzare lo sguardo per trovare una via che ci tolga dal pantano dei nostri governi.
IN SINTESI
Difetti del meccanismo politico attuale, basato su Partiti (o Coalizioni) e Parlamento
  • I partiti sono organi concorrenziali tra loro. Per esistere devono sopraffare gli altri, costi quel che costi.
  • L'interesse principale dei partiti è vincere le elezioni per governare, per avere tutti i privilegi derivanti dal potere decisionale e dalle poltrone conquistate.
  • Ai partiti, dunque, non interessa o interessa molto meno governare bene il Paese, mentre interessa molto di più non perdere il potere o fare di tutto per conquistarlo.
  • I partiti non possono deludere il loro elettorato, quindi non sono in grado di promuovere leggi che lo penalizzino, anche se queste fossero migliorative per il Paese nel suo insieme.
  • I partiti o le coalizioni sono costretti a presentare programmi demagogici o populisti, atti ad attrarre l'elettorato con false o ingenue promesse (meno tasse, più lavoro, più sicurezza, fuori gli extra-comunitari, ecc. ecc.).
  • Il meccanismo parlamentare coinvolge una maggioranza che governa e una opposizione che, appunto, si oppone al governo, per sfiduciarlo e prenderne il posto. Sono molto rari i casi di compartecipazione alle scelte, soprattutto se queste sono impopolari. Ciò porta ad assistere a lotte e falsificazioni della realtà d'ogni genere pur di screditare il lavoro del governo e prenderne il posto o, dall'altra parte, pur di difendere il proprio operato governativo, anche se criticabile o insufficiente.
  • I cittadini sono chiamati a esprimere le loro scelte attraverso il voto. Questa è la parte fondamentale della democrazia, si dice, ma gli stessi cittadini sono costretti a votare candidati, partiti o coalizioni  che non sono selezionati sulla base di reali meriti e capacità. Spesso sono soltanto personaggi ambiziosi in cerca di potere. Ma anche i politici seri e competenti non sono in grado di operare al meglio per via delle contrapposizioni partitiche e di scontro governo-opposizione di cui sopra.
  • In Italia, poi, abbiamo (ancora per poco)  due Camere, il ché implica passaggi delle stesse proposte di legge dall'una all'altra. Ciò comporta ulteriore inefficienza, tempi lunghi, costi raddoppiati e leggi raffazzonate.
  • Il sistema delle camere costringe a sviluppare programmi di governo molto limitati, spesso enunciati in pochi punti. Ma la gestione del Paese ha bisogno che tutti i punti di intervento necessari siano tempestivamente e contemporaneamente affrontati! Non solo alcuni, spesso scelti perché più utili agli interessi personali o di parte o per tenere calmi i cittadini o alcune corporazioni.
  • La contrapposizione governo - opposizione porta anche l'informazione a focalizzarsi più sui difetti degli uni o degli altri esponenti, piuttosto che approfondire i problemi reali e proporre possibili soluzioni. I temi concreti, in pratica, sono quasi ignorati. I media fanno quasi esclusivamente propaganda o gossip, al soldo dell'uno o dell'altro schieramento, o semplicemente per assicurarsi più spettatori.
  • La gestione politica di un Paese è materia complessa e noiosa. Con essa non si vendono giornali e non si fa audience. Per questo motivo i giornalisti danno sempre la precedenza a notizie scandalistiche e non è nella loro natura professionale enfatizzare i progressi o le buone novità che si possono presentare o fare critiche e proposte costruttive. Le buone notizie non vendono.

Allora cosa si potrebbe fare?

  • I cittadini hanno il potere di conferire (o togliere) le deleghe a chi è stato eletto per gestire i problemi del governo del Paese. Dunque potrebbero coalizzarsi per cambiare il sistema attuale, proponendo pacificamente un movimento di riprogettazione del sistema, partendo dall'aggiornamento della Costituzione. E' ovvio che non saranno mai i partiti né di governo né d'opposizione a togliersi di mezzo, dichiarando il proprio fallimento, quindi è il "popolo sovrano" che deve agire, almeno la parte sana e non corrotta di esso, perché a tutti gli altri fa sicuramente comodo che le cose procedano come ora.
  • La Costituzione va revisionata in tutti i suoi punti. Molte delle cose scritte sono sagge e ancora valide, ma tante altre sono state messe a fuoco in epoca lontana e che presentava esigenze diverse da quelle odierne. Basti pensare che allora non esisteva la globalizzazione, la Comunità Europea, l'immigrazione, i problemi energetici e quelli ambientali, tanto per citarne alcuni e non da poco direi.
  • Una volta ridefinita la Costituzione, in essa si dovrebbe mettere a punto la nuova struttura di gestione del Paese, fondandola non più sui partiti, ma direttamente sugli organi competenti da mettere nei vari Ministeri.
  • Ogni Ministero deve avere un team di leader composto da membri selezionati sulla base della loro incontestabile professionalità, onestà, capacità di partecipazione a gruppi di lavoro. L'interesse comune deve essere orientato a produrre i migliori risultati nell'ambito delle proprie competenze, studiando le soluzioni migliori per ogni questione, ispirandosi profondamente a quanto di meglio sia già stato risolto in altri Paesi.
  • Introdurre i criteri di merito e responsabilità. Chi opera bene e raggiunge i risultati prestabiliti dal piano avrà riconoscimenti e manterrà l'incarico. Chi non risultasse idoneo, verrebbe allontanato e nei casi gravi processato per gravi inadempienze.
  • Per recuperare grandi risorse economiche il nuovo governo ministeriale dovrebbe rafforzare in modo molto consistente l'organico destinato ai controlli della Finanza. Lotta totale all'evasione fiscale, con strumenti e persone altamente qualificate, previa modifica dei sistemi impositivi in modo da rendere meno enigmatica la definizione del reddito.
  • Il recupero dall'evasione dovrebbe servire a risanare in tempi brevi il debito dello Stato, per incrementare successivamente le risorse disponibili per i vari ministeri.
  • In questo modo si recupera la fiducia dei cittadini nel sistema governativo e li si induce più facilmente a non evadere le tasse, che verrebbero di conseguenza e progressivamente ridotte e ad accettare più benevolmente anche i sacrifici orientati al bene comune del Paese.


Se hai letto fino a qui vuol dire che hai capito a cosa penso e allora può interessarti proseguire.
La scarsa cultura del merito, come dimostra Roger Abravanel nel suo testo "Meritocrazia", è la causa principale dell'impoverimento del nostro Paese; inoltre ha fatto dell'Italia la società più ineguale del mondo occidentale.

E' la crisi del sistema democratico, che prima di tutto non è affatto "democratico".

E' la crisi delle tanto conclamate libertà, perché nessuno si sente mai libero e la libertà è un'utopia (ma anche un'eresia) in termini sociali. Oppure la libertà è anarchia, mancanza assoluta di senso civico, di responsabilità e di onestà. Più corretto e utile sarebbe semmai enfatizzare il concetto dei diritti e doveri nei rapporto individuo->famiglia->società.

Noi assistiamo inermi alla tragica crisi delle istituzioni, che non assolvono professionalmente ai loro compiti, perché esonerate da qualsiasi responsabilità diretta e perché troppo spesso insufficientemente competenti o produttive, oltre che mal finanziate e sperperatrici.

E' la crisi del tanto difeso meccanismo legiferante composto da governo e opposizione, che nello scenario generale del Paese è invece l'elemento più destabilizzante e perverso.

La crisi del sistema emerge in tutte le nazioni che si definiscono "democratiche". Non è dunque solamente un problema dell'Italia, anche se qui mi limiterò a circoscrivere il discorso al nostro paese. Inutile aggiungere che laddove non sia in vigore neppure una struttura politica di tipo democratico la situazione è drammaticamente peggiore. Ma ciò non può censurare qualsiasi tentativo di andare oltre lo schema attuale della democrazia e soprattutto della partitocrazia e pensare allo sviluppo di nuovi meccanismi di gestione delle problematiche della nazione.

Dobbiamo essere consapevoli fino in fondo e senza illusioni che governare bene implica di per sé e innanzi tutto "un atto profondamente impopolare e complesso", perché i benefici del buon governo non si vedono se ogni singolo cittadino non rinuncia a pretendere più di quanto sia ragionevolmente possibile dare o fare per lui, sia nei servizi che con le leggi.

L'impopolarità è tale a tutti i livelli, intendiamoci. E' difficile amministrare anche un'azienda, senza imporre regole e sacrifici comuni e provocare scontenti o scioperi, così come è difficile amministrare una famiglia e tutti i suoi componenti, pensando agli aspetti economici e morali, educativi e di priorità di scelte o di inevitabili rinunce.

Se siamo d'accordo che governare è un impegno altamente impopolare, perché -se fatto bene- non ammette errori, debolezze, concessioni, soprusi, ignoranza e quant'altro, ma di contro richiede un altissimo livello di competenza, soprattutto nelle società moderne post-industriali e dopo il dilagare della globalizzazione e della smisurata crescita delle popolazioni, allora dobbiamo studiare una nuova formula di governo che sia al riparo dall'impopolarità derivante dalle sue decisioni, ovvero disgiunta da tutti gli interessi corporativi, ma orientata esclusivamente agli interessi dell'intera collettività ed al benessere della stessa.

Ma a questo punto bisogna anche definire cosa si debba intendere per "benessere" dei cittadini.

Non è certo il PIL a quantificare il benessere. Il PIL è semplicemente lo strumento di misurazione del consumismo. Una famiglia che, tramite il risparmio oculato, le rinunce a beni superflui, il raggiungimento di una maggiore indipendenza dalla mercificazione (acquisti più ponderati, produzioni proprie di energie e di prodotti alimentari e meno sprechi, per esempio) riducesse i suoi costi e le ore di lavoro, nella nostra società, così com'è impostata, rappresenterebbe un regresso, mentre invece andrebbe considerata più saggia, sicura e rispettosa dell'ambiente.

Nel rapporto sociale ogni cittadino deve essere partecipe allo sviluppo sano del paese e respingere o combattere qualsiasi illecito o distorsione. Così come, a parità di capacità, l'offerta di lavoro deve essere disponibile prescindendo dall'essere uomo o donna, giovane o anziano, di famiglia ricca o povera, italiano o straniero. Ma sugli stranieri s'innestano altre considerazioni che è importante introdurre.

La domanda è: è giusto dare lavoro a qualche milione di stranieri se, allo stesso tempo, generiamo qualche milione di disoccupati o precari (giovani in particolare) italiani? Che senso hanno i confini della patria se la patria non privilegia i propri cittadini? Perché festeggiamo una Unità d'Italia, se poi la rinneghiamo dichiarandoci difensori di globalizzazioni e società multietniche? I nostri nonni sono morti per difendere la nostra patria, ma noi ci sentiamo in dovere di non agevolare in alcun modo i nostri cittadini italiani?

La risposta più facile è che quei lavori presi dagli stranieri non sono accettati dai giovani italiani. E' vero. Ma perché? Abbiamo per anni inculcato ai nostri figli la necessità di diplomarsi o laurearsi, prescindendo dalle disponibilità d'impiego offerte dal mondo del lavoro o dalle loro reali ambizioni. Abbiamo svilito l'utilità delle scuole d'avviamento al lavoro e degli istituti tecnici, delle attività manuali e sociali, per nobilitare lauree e diplomi spesso inutili perché non richieste. Oggi ci sono un sacco di ingegneri, avvocati, filosofi, ecc. che hanno dovuto ripiegare su attività non confacenti al loro livello culturale e ne abbiamo fatto dei disillusi depressi o arrabbiati.

Abbiamo un buon numero di laureati che per anni non hanno partecipato al mondo del lavoro a causa dello studio, per poi entrare nel mondo dei disoccupati perenni, in carico alle famiglie. Non era meglio fare una politica che selezionasse solo gli elementi migliori, tenendo conto del numero chiuso di opportunità, per spingere invece molti giovani a iniziare a lavorare da subito, partendo anche con attività umili, ma con la speranza di risalire nel tempo la china? Ciò non avrebbe significato spazio nelle scuole ai figli di papà ricchi, ma spazio agli elementi che davano prova di maggiori capacità (anche qui, dunque, meritocrazia).

Quante piccole imprese e artigiani avrebbero bisogno di più manodopera e devono rinunciarvi o ricorrere a stranieri? La gavetta è un passaggio utile a qualunque ragazzo o ragazza. E' un'esperienza di vita importante, che oggi viene sottratta ai giovani.

Ma torniamo alla politica. Il nostro sistema politico, prevedendo che debba esserci un governo ed un'opposizione, crea la premessa per una battaglia continua tra le parti, che rappresentano più o meno ampie nicchie di cittadini, trascurando spesso i compiti per cui l'abbiamo costituito e delegato.

Qualsiasi governo sarà già in partenza vulnerabile se volesse fare delle buone riforme o combattere gli illeciti, perché avrà contro di sé di volta in volta quella parte di cittadini e/o istituzioni che ne sarebbero penalizzati. D'altra parte proprio questi interventi impopolari si prestano ad essere cavalcati dalle opposizioni, il cui obiettivo è esclusivamente quello di gettare il massimo discredito sull'operato del governo per sperare di vincere le prossime elezioni e salire al potere.

E' un gioco perverso, senza possibilità d'uscita, fallito in partenza.

Non ha alcuna importanza il tipo di struttura che si attiva, ovvero: che si tratti di pluripartitismo o di bipartitismo il risultato non cambia e lo abbiamo sperimentato. (Al limite il miglior compromesso sarebbe quello di un governo di unità nazionale, al quale partecipi il più ampio schieramento partitico).

Altrimenti c'è sempre chi governa e chi si oppone. Il termine stesso è già molto significativo.

Anzi, io direi che è più facile che sia il bipolarismo a radicalizzare la lotta, creando un bersaglio molto più identificabile, soprattutto quando un "grande leader carismatico" (non faccio nomi), tramite la sua potente macchina di propaganda, polarizza su di sé tutte le attenzioni che generano fascino in una parte di cittadini (quella che solidarizza con leader perché spera di trarne benefici personali e protezione) e odio nella parte avversa che non ci si identifica e che viene strumentalizzata dall'opposizione.

Per superare questi difetti è inutile appellarsi al senso civico. La selezione naturale della carriera politica, in questo contesto, fa si che sia il più ricco e/o il più ambizioso o il più corruttore o il più scaltro a salire ai vertici più alti. E' semplicemente logico e naturale che sia così, sciocco stupirsene o indignarsene.

Detto questo, però, una critica è lecita solamente se perviene ad una proposta alternativa. Non basta denunciare i malanni, focalizzare i difetti, bisogna trovare le cure giuste.

In Italia questo tipo di dibattito a mio avviso è totalmente assente. Si parla e si scrive sempre lasciandosi coinvolgere al più basso livello della politica partitica e personalistica e mai analizzando il problema da un punto di vista più distaccato ed elevato.

Stabilito che il male da evitare è il sistema contrapposto di governo e opposizione e l'assoluta carenza di princìpi meritocratici, bisogna pensare ad una soluzione in cui non esista un'opposizione, ma solamente un governo forte, ma non partitico e che sia perciò concentrato non sulle successive elezioni, ma sui reali e presenti problemi di gestione del paese.

Questo governo deve essere totalmente indipendente dalle lobby, dalle ricche famiglie industriali, dalle banche, dai clan mafiosi, dai condizionamenti religiosi e via dicendo. Un governo che sia composto da gruppi di lavoro dislocati nei vari ministeri.

Governo laico, indipendente, fatto di persone dalla incontestabile serietà e onestà, ma non basta ancora. Deve essere anche e soprattutto composto da persone competenti, molto competenti, in ognuno dei ministeri che lo compongono. Non è importante l'età dei suoi componenti, anzi c'è un lato positivo sia negli anziani, facendo riferimento alla loro ipotetica maggiore esperienza, che nei giovani, riguardo la loro maggiore capacità innovativa e creativa, così come è vero anche il contrario, cioè che i giovani sono spesso più incoscienti oltre che privi d'esperienza, mentre gli anziani sono più demotivati e privi di idee nuove.

Non si può fare neppure appello ai vecchi ideali, che hanno già mostrato il loro fallimento totale, sia che si pensi alle vecchie ideologie di destra o di sinistra.

Non si può essere per forza di cose solo conservatori, ma a volte non è neppure utile essere eccessivamente progressisti. La saggezza forse sta nell'equilibrio tra questi due atteggiamenti, quando si tratta di fare delle scelte importanti.

Il "motore" della politica dovrebbe dunque risiedere nei vari ministeri. E' lì che si devono concentrare le migliori intelligenze per l'attuazione dei programmi di gestione delle leggi e della politica in generale. Ovviamente stiamo parlando di un ipotetico governo di Stato, lasciando da parte per il momento i governi di regioni e comuni, che però dovrebbero operare allo stesso modo.

Stabilito un adeguato numero di ministeri, ognuno con un suo budget di spesa (la cui ripartizione deve avvenire tenendo conto delle priorità e gradi d'importanza prestabiliti), dobbiamo creare dei meccanismi che ne verifichino puntualmente i risultati, producendo tempestive correzioni di rotta laddove se ne presentasse la necessità e sostituendo in tempi ragionevolmente brevi quei componenti che non operassero in modo adeguato. (responsabilizzazione diretta dei componenti dei gruppi di lavoro ministeriali).

E' ovvio che i ministeri non possono operare disgiuntamente da linee generali di sviluppo stabilite ad un livello più alto e univoco. Ed è per questo che occorre un congresso o una camera, chiamiamola come si vuole, ove siano stabilite le strategie e le priorità degli interventi, in accordo anche con le direttive sovranazionali (come spiegato in precedenti capitoli).

Se tutto questo avvenisse senza la conseguenza che i singoli componenti del collegio siano in antagonismo tra loro, ma siano invece indotti a operare con il massimo spirito collaborativo, il meccanismo dovrebbe funzionare bene, al riparo da demagogie, scandalismi, ingiurie. invidie, nepotismi, corruzioni, tradimenti o altro.

Il loro operato, poi, potrebbe o dovrebbe ispirarsi in grande misura alle soluzioni già adottate in altri paesi e che si siano dimostrate altamente valide. Non è furbo inventarsi ogni volta l'acqua calda!

Questo meccanismo non prevede il turnover dei suoi componenti. I fattori di merito diventano l'elemento elettivo del gruppo e della sua continuità. Un dirigente rimarrà al suo posto per tutto il tempo in cui dimostrerà di operare al meglio. Cavallo che vince non si cambia!

Il principio è quindi ispirato a valori profondi di giustizia e di eguaglianza su cui sono fondate l'ideologia e la cultura del merito e di conseguenza della responsabilizzazione.

Questo meccanismo potrebbe essere a sua volta proiettato sulle istituzioni di livello inferiore, ovvero regioni e comuni (le province non hanno senso e la loro attuale attività si può smistare al governo centrale o alle regioni o ai comuni).

Occorre inoltre introdurre criteri concorrenziali negli uffici, nelle università, negli enti e nelle aziende pubbliche. Diffondere i modelli organizzativi ed operativi migliori. D'altra parte, con gli attuali strumenti informatici è diventato più facile produrre statistiche, incrociare dati, rilevare inefficienze, valutare, controllare, favorire e premiare i migliori. Combattendo così efficacemente tutti gli sprechi e abusi della spesa pubblica e i clientelismi.

Da sola, però, l'affermazione isolata del merito rischia di costituire un fattore di disgregazione della società. Una società coesa necessita anche e soprattutto della solidarietà e del senso di responsabilità dell'elite dirigente. Se coloro che stanno ai vertici perseguono soltanto il loro interesse, se perdono di vista il bene comune e la responsabilità che li lega alla comunità in cui vivono, potremo forse costruire una società più ricca ed efficiente, ma non una società più libera e sana. L'indifferenza verso le necessità degli altri, in particolare verso i più bisognosi, non aiuta di sicuro ad edificare una società più umana.

La vera democrazia non consiste nel fare scegliere dai singoli cittadini chi guiderà il paese (perché non hanno spesso alcuna competenza sui temi e sulle capacità reali di un politico, ma possono invece essere influenzati da demagogiche promesse, da azioni ricattatorie o da voti di scambio, come succede oggi) .
Il principio democratico in questo nuovo schema risiede nella selezione delle competenze e nel costante controllo dell'operato, con promozioni o esclusioni a seconda dei risultati conseguiti.

Chi lavora bene e molto rimane al suo posto ed è premiato anche economicamente. Chi fa ostruzionismo, tanto per mettersi in mostra, chi è un incapace o si dimostra disonesto o poco cooperativo, perde l'incarico.

Questo meccanismo presenta anche un altro vantaggio: l'insieme dell'organico costerebbe meno di quanto costano oggi i nostri apparati governativi. Resterebbe la figura del Presidente della Repubblica, più o meno con i compiti attuali, ma verrebbero meno 950 figure tra deputati e senatori, con tutti i costi indotti che ciò comporta. Non ci sarebbero costi destinati al mantenimento dei partiti e costi per le frequenti elezioni, anche se queste non verrebbero eliminate del tutto, ovviamente. Qualsiasi sistema politico si decida di instaurare si deve sempre fare in modo che questo, se non più suffragato dal consenso popolare, sia facilmente sostituibile.

Inoltre, non dovendo dibattere burocraticamente in parlamento, il nuovo meccanismo governativo sarebbe molto più rapido e reattivo nelle decisioni.

Fermo restando che l'operato dei singoli ministeri debba sempre passare al vaglio del Presidente della Repubblica e delle verifiche di costituzionalità e copertura.

Di questo io credo abbiamo bisogno. La vera gestione politica agli occhi del cittadino dovrebbe apparire "complessa e noiosa" e non come una "sitcom" o un varietà. Solo quando sarà così potremmo dire d'avere instaurato un meccanismo politico moderno ed efficace. Oggi i nostri politici passano metà del loro tempo a mostrarsi in televisione o a parlare per radio o a farsi intervistare dai giornali (e molto di più a difendersi dagli scandali da loro stessi provocati). Noi vogliamo, invece, che gestiscano le esigenze del nostro paese senza farsi notare; saremo noi ad apprezzare sulla nostra pelle i miglioramenti e le evoluzioni nel tempo delle loro attività.

Tutto ciò richiede la revisione completa della Costituzione, che per i nostri politici è sacra e intoccabile o quasi. E' evidente che una nuova Costituzione, dopo sessant'anni e le evoluzioni che ci sono state, non sarebbe male pensarla. Ovviamente il progetto non può essere affidato agli attuali uomini politici, perché rappresenta la fine delle loro carriere, la fine dei loro partiti, che cambiano nome, ma mai sostanza, la fine delle loro grandi speranze di ascesa al potere alle prossime votazioni.

Già il primo articolo della Costituzione "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" rappresenta un principio forse valido, quando venne espresso, come conseguenza della seconda guerra mondiale, con un Paese distrutto e affamato. Oggi questo articolo a mio avviso potrebbe essere concepito con vedute più ampie, come ad esempio: "L'Italia è una Repubblica democratica e meritocratica, che si prefigge il benessere dei suoi cittadini". Dove il termine "benessere" dovrebbe identificarsi con: Lavoro, Salute, Sicurezza, Socialità.

Il concetto di "socialità" andrebbe poi sviluppato in termini di rispetto dei reciproci diritti e assolvimento dei propri doveri, aiuti consistenti a tutte le frange più deboli, partecipazione attiva alla vita pubblica, rispetto assoluto della cosa pubblica, partecipazione pacifica agli aiuti verso le popolazioni bisognose.

In tutto questo progetto innovativo il criterio che deve fare da motivo conduttore è dunque l'ispirazione al principio meritocratico e della responsabilizzazione sociale. Questo va introdotto a tutti i livelli, in opposizione alla tendenza attuale all'individualismo egoistico. Concetto di premio/punizione: fai bene guadagni stima e soldi, fai male, perdi stima e soldi, in un certo senso l'opposto del comunismo, che si basava principalmente sul garantismo deresponsabilizzato.

L'umanità è tendenzialmente portata alla corruzione e all'egoismo, per integrarla in una società e non farle subire solamente il peso del dovere fine a sé stesso (da cui tende a sottrarsi) dobbiamo metterla nel giusto equilibrio tra le parti e darle altri incentivi. Faccio bene sono premiato, faccio male o non faccio nulla sono punito. E' un principio semplice, che capiscono anche animali e bambini!

La parte più difficile è avviare una grande riforma di questo genere e come attuare i metodi per il controllo dell'operato, di questo me ne rendo perfettamente conto. Ci vorrà del tempo per affinare i meccanismi di valutazione, ma ci si può riuscire sicuramente. A tale scopo ci sono già vari tentativi adottati in diverse nazioni, ma solo a livello settoriale (università, ospedali, imprese).

Ciò sarà valido per i ministeri del governo, ma anche per tutti gli altri vari istituti, dalla magistratura alle scuole e università, con i loro reparti di ricerca, agli ospedali, ai comuni, alle regioni e via dicendo. E' un principio che dovrebbe servire anche a migliorare il livello educativo/formativo dei nostri figli, cresciuti in un mondo devastato dal consumismo fine a sé stesso, senza principi, senza morale senza etica senza rispetto per nulla che non sia il successo effimero e il guadagno facile.

Le linee guida del nuovo governo ministeriale devono essere dettate dal rispetto delle libertà di scelta individuali, (quando non siano in conflitto con la società), dal rispetto per l'ecosistema e dal rispetto verso le altre popolazioni.

Per questo occorre una nuova costituzione che sia più ampia nelle linee guida generali e più aggiornata al progresso umano ed ai problemi energetici e dell'inquinamento, oltre a regolamentare le basi delle leggi sociali.

L'argomento viene trattato in modo più ampio nelle pagine della Riforma politica globale

Testo: Enrico Riccardo Spelta
2011
Il tema politico è trattato in modo più approfondito in questo dossier: Riforma globale

Questo l'ultimo articolo pubblicato sul tema (luglio 2015): Europa? Quale Europa?






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Libri che trattano l'argomento "Meritocrazia"

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Abravanel Roger, 2008, Garzanti Libri
  Antonio Giuriolo e il «partito della Democrazia»
2008, Cierre Edizioni
  Merito? No, grazie. Meritocrazia ed egualitarismo nella scuola italiana
Bianco Anna, 2010, Bonanno
  CyberDemocrazia. Saggio di filosofia politica
Lévy Pierre, 2008, Mimesis
  Meritocrazia
Palumbo Crocco Cristina, 2007, Rubbettino
  La DC e il terrorismo nell'Italia degli anni di piombo
2008, Rubbettino
  I demeriti del merito. Una critica liberale alla meritocrazia
Barrotta Pierluigi, 1999, Rubbettino
  La Democrazia contro lo Stato. Marx e il movimento machiavelliano
Abensour Miguel, 2008, Cronopio
  L'altro potere. Opinione pubblica e Democrazia in America
Cavallari Giovanna; Dessì Giovanni, 2008, Donzelli
  La Democrazia in trenta lezioni
Sartori Giovanni, 2008, Mondadori
  Critica della Democrazia
Spirito Ugo, 2008, Rubbettino
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Di Capua Giovanni, 2008, Rubbettino
  Dal fascismo alla Democrazia. I regimi, le ideologie, le figure e le culture politiche
Bobbio Norberto, 2008, Baldini Castoldi Dalai
  Democrazia diretta: più potere ai cittadini. Un approccio nuovo alla riforma dei diritti referendari
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