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Tipi d'intolleranza
Prima di tutto penso che si dovrebbe fare una distinzione
fra due tipi di intolleranze:
quella individuale e quella sociale. Quella individuale si manifesta in
piccole azioni circoscritte, mentre quella sociale può evolversi verso
forme organizzate di ribellione, fino a condurre a vere e proprie
guerre.
Da cosa deriva?
Qualunque sia la forma d'intolleranza, però, partiamo dal
presupposto che l'uomo è sempre stato insofferente nei confronti di
tutto ciò che non armonizzava col suo modello individuale e/o sociale e
coi suoi egoistici interessi personali perché l'intolleranza affiora
direttamente dal suo istinto egoistico-protettivo.
Definizione generica
In linea di massima definirei l'intolleranza come: "quella reazione che
si scatena nel singolo individuo (o in un gruppo di individui), quale
conseguenza dell'incapacità d'accettare gli altri con le loro più o meno
inevitabili interferenze, pretese o differenze, di qualsiasi tipo esse
siano".
Intolleranze sociali
Studiando la storia e la filosofia, conosciamo le vicende di Giordano
Bruno, messo al rogo per le sue idee troppo avanzate rispetto ai tempi,
di Galileo Galilei e della sua famosa abiura, conosciamo la turpe e
secolare opera dell'Inquisizione, gli eretici perseguitati e trucidati,
la caccia alle streghe, le teste mozzate durante la Rivoluzione
francese, i campi di sterminio nazisti, i gulag sovietici. Una lunga
serie di orrori e di violenze che ha costellato il cammino della storia.
Ma stiamo attenti a non confondere l'intolleranza con l'ambizione e la
prepotenza. L'intolleranza è la reazione di un soggetto passivo in
risposta ad un torto subìto, mentre l'ambizione e la prepotenza sono
comportamenti originali attivi. Voglio dire: l'intollerante lo è
solamente quando viene lesa la sua immaginaria sfera di libertà, mentre
l'ambizioso e il prepotente sono loro ad attaccare per primi, senza
necessariamente che siano stati provocati.
Inutile citare altri casi d'intolleranza razziale, religiosa,
politica, sportiva, ecc. ecc. che conosciamo tutti.
Comunque la gamma delle intolleranze è ampissima e dobbiamo anche
evitare di generalizzarle troppo.
Intolleranze utili o giustificate
L'intolleranza si può sicuramente considerare un male, un
difetto comportamentale (asociale), ma ci
possono anche essere casi di "intolleranza utile o giustificata". Un genitore, per
esempio, deve essere (per principio) tollerante coi propri figli, ma in
certe situazioni, per l'educazione degli stessi, è indispensabile che si
irrigidisca e li pieghi al suo volere.
Così come l'intolleranza può essere giustificata come
reazione ad un atto di mancanza di rispetto da parte di altri nei nostri
confronti. Se viene leso un nostro diritto è giusto reagire pretendendo
il rispetto. In questo caso il fatto di non accettare una violazione dei
nostri diritti è più che giustificato. Tutto sta a reagire in modo
educato ed equilibrato ovviamente...e questo non avviene sempre, anzi!
Intolleranze in aumento?
Nella nostra società occidentale ed in particolare per
quanto ci è dato d'osservare nel nostro paese, temo che l'intolleranza
stia diventando un problema sempre più grave.
Sul piano sociale, per il recente fenomeno
dell'immigrazione, verso la quale non eravamo preparati e che
sicuramente abbiamo gestito in modo superficiale e inadeguato.
Mentre sul piano individuale, invece, notiamo che la gente tende a chiudersi in una sfera
di rapporti sempre più ristretta. Ciò potrebbe derivare dallo stile di
vita: appartamento, auto, lavoro. Tutte
condizioni in cui si opera in ambienti molto ristretti e chiusi, diciamo
iper-protettivi.
Lo stesso nucleo familiare che in passato abbracciava
tutta la famiglia con le sue varie generazioni, (zie, nonni, cugini e
via dicendo), oggi si riduce alla sola coppia con eventuali figli o
addirittura al singolo individuo che vive da solo.
Fuori da questi ambienti i rapporti sociali si fanno più
difficili, perché non ci sentiamo mai e in nessun luogo "a
nostro agio" e questo
ci porta a sviluppare sempre di più comportamenti di sospetto e autodifesa verso
questa società sempre più eterogenea e sempre meno comprensibile.
Il bisogno di identificarsi
L'uomo ha per istinto il bisogno di sentirsi attorniato
da persone a lui simili e con le stesse tendenze, cioè di identificarsi
costantemente con il proprio gruppo sociale
d'appartenenza (il vessillo, la contrada, la squadra, il dialetto, la
fede, ecc.) , ma nella nostra società di oggi predominano, invece,
piccole e grandi differenze tra gli individui che la compongono e i
gruppi sociali, salvo casi particolari, non sono più così evidenti e
disponibili. Infatti ci sono
differenze riscontrabili nei caratteri somatici, negli idiomi, nei
vestiti, nelle religioni, nelle usanze, nei gusti e negli stili di vita.
In passato queste differenze erano distanti dalla nostra
sfera d'azione, ma oggi invece sono rappresentate dal nostro vicino di
casa, dal nostro compagno di lavoro, dalla gente che incontriamo in
metropolitana o nei negozi.
A causa di questa moltitudine di modelli che ci
circondano le intolleranze si possono facilmente
manifestare fino alle forme più gravi di razzismo organizzato.
Intolleranze anche coi propri simili
Ma anche nelle persone più accomodanti possiamo notare
un'infinità di comportamenti che sono il sintomo di un disagio crescente
verso gli altri. In molte situazioni la causa non è neppure da ricercare
nelle differenze razziali. Si può essere intolleranti anche all'interno
del proprio gruppo con il quale ci identifichiamo!
Pensiamo alle famigerate assemblee condominiali, ove si
scatenano a volte liti furibonde per delle banalità di problemi, che con
un briciolo di comprensione reciproca sarebbero facilmente risolvibi.
Pensiamo al fastidio di quando il nostro vicino fa una
festa, interferendo così con le nostre scelte di riposare.
Credo siano sempre più rari i casi di buon vicinato. Oggi
c'è da discutere o litigare su tutto. Se il vicino taglia la sua siepe
ci disturba, primo perché fa rumore e puzza, poi perché cadono alcuni
rametti nel "nostro" giardino e poi magari perché noi la siepe la
preferivamo bella alta, così non dovevamo neppure vederli e salutarli, i
nostri cari vicini.
E non ci importa nulla se una settimana dopo siamo noi a
tagliare la "nostra" siepe, facendo esattamente le stesse cose! Questo è
un "nostro" diritto mentre il vicino ha il suo "dovere" di starsene zitto e
buono.
Tutti i rapporti sociali si basano su una semplicissima formula fondamentale: svolgere il proprio dovere
per poter
esercitare i propri diritti, nel rispetto dei diritti e dei doveri degli
altri. E' molto semplice il principio, ma ciascuno di noi, in più o meno
larga misura, è capace
di imputarlo solamente agli altri.
Effetti della globalizzazione
La nostra società ci spinge verso l'integrazione totale.
Ma chi può realmente sostenere che ciò alla lunga produca solamente
effetti positivi?
Torno a ripetere: quanto è importante per l'uomo
sentirsi attorniato da gente come lui? Che parla la stessa lingua (o lo
stesso dialetto), che cucina allo stesso modo, che prega o non prega per
lo stesso dio, che tifa per la stessa squadra, che rispetta le stesse leggi e gli stessi usi e costumi,
visto che spesso riesce ad essere intollerante persino coi suoi simili?
Noi pensiamo al passato ed a tutte le guerre tra fazioni
diverse e così concludiamo che con la totale integrazione e la
globalizzazione della società tutti i problemi si risolveranno.
Ma io
mi domando se non è più vero il contrario. Cosa sarà un individuo
spersonalizzato, sradicato dalle sue origini e tradizioni, un volto
anonimo tra una folla di estranei, un individuo che possa solamente
vantarsi di potere
gustare lo stesso identico panino a New York come in Giappone. Ha senso?
Non è una forma di appiattimento che può fare comodo solamente alle
grandi potenze commerciali, oltre che ai poteri politici? Già perché una
folla eterogenea, ma conformizzata in gusti, abitudini, regole e
desideri è molto più facile da gestire e manipolare. Corriamo verso il
"pensiero unico"? Tante razze, lingue, religioni e costumi diversi,
accomunati da un unico grande, immenso desiderio: accumulare denaro per
soddisfare infiniti desideri stimolati da spot televisivi? Sono tutti
qui i nostri futuri ideali?
Certo, la nostra società resta la migliore che la storia
ci abbia saputo offrire, ma io penso che si debba guardare molto avanti
e cercare d'introdurre delle varianti al nostro stile di vita affinché
il futuro dei nostri figli si presenti più solido e piacevole perchè
meno vincolato alla formula del profitto e più aperto al miglioramento
dei rapporti sociali.
Come combattere l'intolleranza?
E' chiaro che non si può "combatterla", altrimenti
cadiamo in un paradosso, ma dobbiamo partire dall'educazione dei giovani
ed inculcare loro il fondamentale principio che io chiamo del "D/D",
ovvero Diritti contro Doveri. La moneta sonante la guadagniamo
assolvendo ai nostri "doveri" verso la società ed in questo modo
accumuliamo "diritti" da spendere. Questo dovrebbe valere in qualsiasi
rapporto, per qualsiasi problema.
I giovani crescono spesso col falso concetto che sia loro
tutto dovuto, ma è proprio questo che va sradicato. Devono imparare con
il nostro insegnamento a dominare i propri istinti ed esercitare il
suddetto principio del D/D. Ma il principio dei Diritti/Doveri non
basta, è solo la partenza. Se una società presenta forti componenti di
integrazione sarà sempre soggetta a forti reazioni d'intolleranza,
quindi ci sono dei limiti fisiologici che non andrebbero superati, per
non annullare quei bisogni di sentirsi a proprio agio che dicevo
all'inizio. Un palazzo che ospiti famiglie di milanesi, con musulmani,
cinesi, indiani, cubani, filippini, romeni, ecc. ecc. non sarà mai un
buon esempio d'integrazione, sarà solo un minestrone di gente diversa
che non ha (e non vuole spesso avere) nulla da spartire con gli altri. Una
bomba sempre pronta ad esplodere.
Testo: Ricky Spelta |