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D: Oggi
si discute in tutto il mondo di "manipolazione genetica",
delle ricerche scientifiche sulle cellule staminali e sulle grandi
possibilità verso l'aiuto a chi non riesce ad avere figli, offrendo varie
forme di fecondazione artificiale. Il dibattito verte su alcuni temi
fondamentali: il diritto della coppia (o di una singola persona) a
procreare e fino a che punto sia da considerare legale assistere e
agevolare la fecondazione artificiale, nonché quali limiti debbano
eventualmente essere imposti. Mi riferisco in particolare ai casi di
fecondazione eterologa, dell'affittare un utero altrui per portare a
compimento la gravidanza, nella possibilità di usare spermatozoi
estranei, nell'affidamento a coppia dello stesso sesso, ecc. ecc.
Il
tema è ovviamente collegato anche al concetto di vita o non vita di un
embrione e coinvolge anche l'argomento relativo agli aborti.
Pertanto
la prima domanda è proprio su questo punto: da quale momento un insieme
di cellule fecondate si dovrebbe considerare come vita umana vera e
propria?
R: non si scandalizzi, ma io penso che siamo in presenza di vita umana quando quell'insieme di
cellule, come dice lei, si possa considerare senza dubbio una creatura
perfettamente formata come individuo e autonoma dalla madre che lo ha
generato, ovvero dopo il taglio del cordone ombelicale.
Attenzione,
però: "autonomia" non significa "indipendenza"!
Un essere umano nasce fragile e bisognoso d'aiuto perché la sua
evoluzione verso l'indipendenza è lenta e progressiva e richiede un
lungo periodo di formazione o "svezzamento" per raggiungere la propria
indipendenza.
D: Allora fino al nono mese di gestazione nel grembo
materno non siamo ancora in presenza di una vita umana? E' questo che sta
dicendo?
R: No. Voglio dire che prima del parto è già presente una
"promessa" di vita umana indipendente, ma non abbiamo ancora una vita autonoma e questo fa
una grande differenza. Se la madre morisse anche il figlio inevitabilmente
morirebbe, dunque il feto non è indipendente dalla gestante. Ciò non significa che per
quella aspettativa di vita non si debba fare il possibile per agevolarne
la nascita.
D: a chi spetta il diritto di decidere se far
nascere o no una nuova vita umana?
R: secondo me spetta esclusivamente alla madre. L'apporto del padre non è molto
significativo. La gravidanza è un processo che si compie esclusivamente
nel grembo materno. E' la madre che si sacrifica, è lei che corre anche
il rischio di morire per mettere al mondo una nuova creatura. Dunque è
solo lei che può decidere, entro certi limiti, se è intenzionata o no a
dare vita ad una nuova creatura.
D: Dunque la madre dovrebbe, secondo lei, disporre a piacer suo della vita del feto
fino ad un minuto prima della nascita?
R:
No. Come dicevo, dobbiamo porre una netta distinzione tra tre diversi
periodi evolutivi di una vita: la fase di costruzione del corpo fetale, la
fase di prenascita in cui però il feto presenta già tutte le
caratteristiche che lo renderebbero individuo e la fase di nascita vera e
propria.
La
seconda fase a cui alludo, quella di prenascita, decorre dal momento in
cui, secondo la scienza attuale, noi sappiamo che se estraessimo il feto dal
grembo materno e lo aiutassimo a crescere con i mezzi che la scienza e la tecnologia ci
mettono a disposizione, questo potrebbe benissimo aspirare a nascere e
vivere autonomamente, anche se prematuramente.
Da quel primo momento in
poi non possiamo più pensare ad una forma di cellule che si stanno
sviluppando e basta, ma siamo già in presenza di una vita allo stato
concreto e dunque non più sopprimibile. Credo si possa collocare questo
momento attorno al sesto mese di gravidanza.
Fino ad allora la madre
dovrebbe mantenere il diritto di decidere se portare avanti la gravidanza oppure
rinunciarvi. Gli elementi che rappresentano una possibile vita futura non
sono considerabili " individuo", come non lo sono l'ovulo o lo
spermatozoo o una molecola che lo componga.
Su questo argomento
c'è stata
molta speculazione ed è stato introdotto un falso concetto di rispetto
della vita, diseducando popolazioni intere.
Il concetto di "vita", dal punto di vista della religione cristiana, per
esempio, è troppo generico. Ne abbiamo una conferma considerando la
presa di posizione del Vaticano nei confronti dell'eutanasia o del testamento biologico. Per il clero la vita è vita, punto e basta. Che sia cosciente
o no, dignitosa o no, voluta dall'individuo o no, questo non conta
nulla. Perché per il Vaticano la vita non appartiene all'individuo, ma è
un dono di Dio. Non ci sono prove che sia così, ma questa è la sua
irremovibile posizione. Del resto è ovvio che il Vaticano sia contro il
libero arbitrio, no? Il libero arbitrio è quella forma mentis che porta
gli individui a ragionare con la propria testa e non a sottomettersi ad
una volontà superiore e insindacabile. Questo atteggiamento è evidente
che farebbe perdere un immenso potere al clero.
Su scala
universale non possiamo irrigidirci sul rispetto di un
feto (che non rappresenta ancora una vita autonoma) per poi ignorare ben
peggiori trasgressioni al concetto di rispetto della vita! Alludo
evidentemente a tutti quegli esseri che sono sicuramente vivi, ma che o
non lo saranno per molto tempo ancora o vivono privati anche dei diritti
basilari e di un minimo qualsiasi di dignità umana. Non dobbiamo dimenticarci che ogni 30 secondi, ai tempi nostri,
muore un bambino! Su questo punto molte religioni non mostrano alcuna sensibilità
o adeguato interesse e relativo impegno politico e sociale.
Da una parte sono consapevoli della morte di migliaia di bambini per
denutrizione o banali malattie e dall'altra proibiscono anche i più
utili e innocui metodi di controllo delle nascite!
D: ricapitolando: per lei un essere umano assume il
diritto alla vita solo dopo il sesto mese. Pertanto per lei la madre
avrebbe il
diritto di rinunciare al proseguimento della gravidanza fino al sesto
mese, senza che ciò sia da considerare un delitto?
R:
è esattamente ciò che penso si dovrebbe applicare in una società consapevole e
indipendente da qualsiasi dogma. Ma naturalmente deve essere chiaro che la
società dovrebbe fare anche in modo di evitare il più possibile il ricorso
all'aborto.
Ci possono essere molti aiuti in tal senso. Ma se siamo di
fronte ad una situazione insostenibile dall'insindacabile punto di vista
della madre, che non si sente idonea ad
allevare quel figlio, allora l'interruzione della gravidanza non dovrebbe rappresentare un delitto,
ma una sua libera scelta naturale quanto incontestabile. Il prezzo della
sua decisione lo pagherà comunque; non è necessario che intervenga anche
la società per condannarla o biasimarla!
D: Veniamo
allora al tema principale: per lei è ammissibile la fecondazione
artificiale?
R: sì, ma io la abbinerei ad una ferrea condizione: solamente nel caso in cui la
disponibilità nel mondo di bambini orfani adottabili si sia esaurita.
Vede, se
il primo pensiero del genere umano fosse caritatevolmente rivolto all'aiuto degli esseri viventi più bisognosi, sarebbe prioritario dare dei genitori a
bambini già vivi, ma orfani o in tremende condizioni di vita, piuttosto che agevolare una procreazione
assistita meccanicamente, non crede? La fecondazione artificiale è materia
da popolazioni benestanti e basta.
Dare vita ad un nuovo essere, ignorando allo stesso tempo il
coinvolgimento morale di alleviare le sofferenze di un essere umano già nato, è contro lo
spirito caritatevole che il genere umano dovrebbe manifestare verso i
suoi simili meno fortunati (e che tanto invocano le religioni).
Siamo
in presenza di una coppia (o semplicemente di una donna) che sente il
desiderio di allevare un bambino o siamo in presenza di un semplice
istinto egoistico che ci spinge ad avere un figlio che ci assomigli il più
possibile?
Sono queste le leve che fanno
ignorare a così tante coppie l'alternativa dell'adozione?
Nel
nostro
mondo occidentale prevale così tanto l'individualismo e l'egoismo, da
considerare imparagonabile l'adozione alla procreazione, anche quando quest'ultima non si presenti per vie naturali?
Io
sono fermamente convinto che le persone dovrebbero essere molto
sensibilizzate su questo tema, che bisognerebbe guidarle verso altre
strade che diano appagamento in veste di genitori.
Le sembra giusto che
una madre vada a farsi fecondare in qualche clinica privata, spendendo un
sacco di soldi, mentre nello stesso momento un bambino di un anno in
Africa muore
per denutrizione o abbandono o stupide malattie curabilissime?
Io lo trovo scandaloso e dunque
inaccettabile. Se il sogno di una donna è di allevare un figlio, non deve fare
molta differenza adottarlo piuttosto che concepirlo. In alcuni casi, poi, ci sono madri
disposte a correre il rischio di generare un figlio con una malattia
ereditaria, quando, sparsi per il mondo, ci sono migliaia di bambini sani di
cui nessuno si cura. Stiamo dalla parte di quella madre egoista e
incosciente, o stiamo dalla parte di quei bambini che hanno sicuramente
bisogno del nostro aiuto?
D: allora se una coppia desidera un proprio figlio,
ma non riesce ad averlo per vie naturali, non c'è nessuna possibilità di
aiutarne la fecondazione?
R: l'unica possibilità potrebbe al massimo consistere nell'agevolare la
penetrazione di spermatozoi nell'utero. Qualsiasi intervento più
sofisticato è una bestemmia rivolta al genere umano.
D: Se lei è già contrario alla fecondazione
artificiale, cosa ne pensa allora della
fecondazione eterologa?
R: non può essere tollerata alcuna forma di fecondazione eseguita con uno spermatozoo
estraneo alla coppia che ne dovrà garantire l'allevamento, dato che in
questo caso -a maggior ragione- dovrebbe essere sostenuta la tesi
dell'adozione. Ma come, oltre all'ambizione di avere un figlio, si accetta
di averlo col concorso di un estraneo? Ma allora tanto vale pensare
all'adozione, non le pare? Estraneo per estraneo...
D: ma cosa c'è di male se una coppia desidera a
tutti i costi avere un figlio suo?
R: avere un proprio figlio è una aspirazione legittima e
comprensibilissima, sul piano umano e individuale, ma cessa di esserlo se
confrontiamo il concetto di procreazione, quindi di allevare un figlio,
col
problema dei bambini orfani che necessitano di genitori. Tutto dipende da
dove tracciamo il cerchio, fuori dal quale non ci importa cosa succede.
Se nel cerchio includiamo solo gli interessi della coppia, allora tutto
può essere lecito, ma se (come ho premesso) vogliamo considerarci
sensibili ai problemi di quella umanità globale di cui indubbiamente
facciamo parte...allora tutte queste tecniche diventano insostenibili
sul piano etico.
I diritti di
queste vite bisognose di un supporto d'aiuto e di affetto devono essere
prioritari rispetto a qualsiasi forma di interesse personale. In
caso contrario vorrebbe dire che privilegiamo le leggi della natura,
ovvero della selezione naturale dei più forti (la coppia che, appunto, spendendo
denaro e avvalendosi della ricerca scientifica, ottiene una nuova vita
anche se in modo artificiale).
Questo
contraddice il senso umanitario, etico e sociale e perciò è inammissibile.
D: se in tutta Europa ci fossero leggi altamente
restrittive sulla fecondazione artificiale, avremmo risolto il problema?
R: no, inutile illudersi, l'esigenza di rispettare quanto detto sopra è
inapplicabile in termini universali, perché ci sarebbe sempre almeno un
paese al mondo nel quale queste leggi non avrebbero valore e nel quale, per
interessi economici, verrebbe esercitata qualsiasi pratica di fecondazione
artificiale.
Ma non solo, in quei paesi sarebbero sempre di più applicate le conoscenze scientifiche per assecondare i desideri della coppia o della madre,
selezionando l'embrione in modo che risponda il più possibile alle caratteristiche desiderate dai genitori.
Ciò significa, purtroppo, che malgrado tutte le leggi, ci sarà sempre qualcuno che produrrà
cloni esatti dei genitori o selezionerà embrioni maschi al posto di
femmine, o sceglierà quelli apparentemente meglio predisposti in termini
d'aspettativa di vita, salute, intelligenza, prestanza o bellezza fisica e
via dicendo.
In ogni caso circoscrivere il fenomeno e renderlo più
difficile da realizzare resta un impegno sociale a cui non ci si dovrebbe
sottrarre. Ma tutto ciò è vero per qualsiasi legge. Ci saranno sempre i
ladri e gli assassini, ma ciò non significa che ladri e assassini non
debbano essere messi in condizione di non rappresentare più una minaccia
per la società ed è nostro dovere condannarli e renderli inoffensivi, no? Noi abbiamo l'obbligo d'imporre delle leggi, anche se
sappiamo che qualcuno le potrà sempre infrangere.
D: ha senso un referendum su queste questioni?
R: no, non ha senso, prima di tutto perché si tratta di materia complessa
e poi perché con un referendum si rischia di creare leggi ancora più distorte.
La maggior parte degli elettori andrebbe alle urne senza avere ben capito
cosa e come votare, oppure non andrebbe del tutto. Il tema non rappresenta
un argomento politico, ma etico-sociale-umanitario.
Da questo punto di
vista manca soprattutto una chiara visione di cosa sia giusto o sbagliato
per l'intero genere umano. Il problema non può assolutamente essere affrontato
a livello di coppia o di schieramento politico-religioso.
L'etica o la morale di coppia è inconsistente su questo tema, come lo è
su qualsiasi problema che coinvolga l'intera società umana. Manca
dell'ispirazione universale, che trascenda anche l'ipotesi di un
Creatore.
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